Suonala ancora, Sam. Questioni di ritmo, musica e memoria.

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Questa è la scena che preferisco del film Jersey boys, di Clint Eastwood, uno che da quando ha tolto il sigaro e il cappello e si è messo più dietro alla macchina da presa che davanti, ha sbagliato ben poco. maxresdefaultMi piace perché rappresenta esattamente quello che amo della musica, cioè il suo essere un linguaggio che permette, a quanti lo padroneggiano, di comprendersi l’un l’altro in un attimo e mettersi assieme a perlustrare nuove direzioni, a costruire inediti edifici di note, a colloquiare per sé e per gli altri. È una esperienza che assume la massima evidenza nelle sessioni d’improvvisazione jazzistiche.

È noto che nella mitologia classica le Muse erano le protettrici delle varie arti. Figlie di Zeus e Mnemosyne (la memoria), e sotto la guida di Apollo, rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte ed erano spesso presenti nei convitti divini per allietare gli ospiti con i canti e le danze.

Meno nota è forse la storia legata alla ninfa Canente, raccontata da Ovidio, bellissima e capace di modulare i più armoniosi canti. Di lei si innamorò Pico, re dei Latini, e quando Canente raggiunse l’età da marito si sposarono. Pico era un giovane molto attraente e incorse nelle attenzioni della maga Circe che lo voleva a tutti i costi, tanto da tendergli un tranello durante una battuta di caccia. Respinta nuovamente, Circe in preda all’ira trasformò Pico in un volatile, che da allora picchia il becco contro i tronchi per cercare di liberarsi dalla sua forma animale e poter tornare della moglie tanto amata. Canente, dal canto suo, dopo aver aspettato invano il ritorno del marito, si lasciò consumare dal dolore in riva al Tevere, cantando e piangendo finché di lei non rimase che la voce.

Se Pico sopravvisse nel mito in veste d’uccello, il suo nome si legò a una importante famiglia nobile che agli inizi del XIV secolo divenne signora di Mirandola, ora comune in provincia di Modena. L’esponente più illustre della famiglia è certamente l’umanista e filosofo Giovani, uomo di straordinaria cultura, di molteplici interessi, conoscitore di numerose lingue e amico e protetto di uomini di notevole levatura politica, letteraria, religiosa del tempo (Lorenzo il Magnifico, Marsilio Ficino, Giacomo Savonarola, Angelo

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Poliziano, Ficino e, al centro in verde, Pico della Mirandola

Poliziano, Papa Alessandro VI, etc.). Interessante è la sua attività filosofica e soprattutto la celebre orazione De hominis dignitate, nella quale afferma senza mezzi termini l’indeterminatezza dell’uomo e con ciò la sua libertà a forgiare, grazie a un arbitrio sciolto da qualsiasi vincolo, il proprio destino, secondo un ideale eminentemente umanistico. La dignità umana è, secondo Pico, la più alta, superiore anche a quella degli angeli perché l’uomo è l’unica creatura che può scegliere se muoversi dalla sua posizione mediana verso il basso, e farsi bruto, o verso l’alto, e diventare divino.

Giovanni Pico della Mirandola deve gran parte della sua fama nei secoli alla prodigiosa memoria di cui era dotato e che divenne poi antonomastica. Pare potesse declamare l’intera commedia dantesca al contrario, così come qualsiasi altro testo appena letto. Grazie a Pico e alla sua straordinaria abilità mnemonica siamo tornati a capo, alle muse e alla loro madre Mnemosyne. Pico è un nome adespota, ovvero non esiste alcun santo così chiamato. Esiste invece Santa Cecilia che è per la chiesa cattolica e ortodossa la patrona di musica, strumentisti e cantanti. La sua festa si celebra il 22 novembre, giorno in cui cade anche la giornata mondiale della filosofia.

Vittore_Carpaccio_031Non è un caso, se è vero che un contributo fondamentale all’accettazione della musica (sacra) da parte della chiesa si deve al filosofo e padre della chiesa Agostino (di cui ho scritto qui), che alla musica e al canto ha dedicato pagine bellissime delle sue Confessioni nonché un intero trattato (De musica), iniziato a Milano nei giorni successivi al battesimo e terminato a Tagaste nel 389. Agostino scoprì la musica e il ritmo ascoltando la madre Monica cantare lodi nel duomo di Milano, a voler mostrare come la conoscenza e il linguaggio non segua solo vie paterne. Della musica e dei canti sacri, così affascinanti e stordenti, così umani e così divini, Agostino mette in luce la contraddizione di un evento che accade nel tempo e che dal tempo è scandito e che pure, insieme, mostra la verità dell’eterno propria delle parole della rivelazione.

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Il Girardengo della scrittura. La Pedemontana vista da Paolo Malaguti.

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La memoria è una brutta bestia.

Sia quando fallisce – e il famoso ce l’ho sulla punta della lingua è solo uno dei molti modi in cui si dice questo scacco; sia quando funziona, prestante, elastica, attiva, veloce, capace, misteriosamente precisa nel riportare a galla visi nomi fogge detti motti e affetti, tanti, così tanti che mai avresti sospettato.

La memoria non è una, così ci insegnano. Banalmente, è come la Gallia di Cesare: divisa in tre parti. C’è la memoria sensoriale, che pur facendo già il maggior filtro, si accolla una marea di dati e che però dura, appunto, il tempo di un battito di ciglia, o poco più; c’è la memoria a breve termine, che è un po’ come il polpo barista in Chi ha incastrato Roger Rabbit?, intenta a dar retta a molti clienti contemporaneamente, salvo poi passare a altro una volta serviti; e c’è infine la Capturememoria a lungo termine, lo schedario, la cassetta di sicurezza della nostra identità, giacimento prezioso e insieme città sepolta. Non è un caso che Freud parlasse del lavoro dell’analisi paragonandolo a quello di un archeologo.

La memoria a lungo termine è quella più complessa e strutturata, forse anche perché è la più studiata. Si è soliti dividerla in memoria dichiarativa e procedurale. Della prima fanno parte la memoria semantica (le parole e il loro significato, i fatti del mondo, la logica etc.) e quella episodica, che riguarda gli eventi della nostra vita e di cui la memoria autobiografica, che è in fondo la nostra continuamente modificata autonarrazione, è parte integrante.

Della memoria procedurale, invece, conta dire qualcosa di diverso. Non è legata tanto al cosa, quanto al come. L’esempio classico che mi viene in mente è quello della bicicletta. Dopo aver imparato ad andarci, con fatica, cadute, fallimenti e piccole gioie, ogni volta che montiamo in sella semplicemente iniziamo a pedalare. Lo abbiamo imparato, acquisito, e ce lo ricordiamo col corpo, più che con un atto cosciente della mente.

È in questo preciso istante che il mio sguardo cade sulla bicicletta. Si tratta di una bici da donna, mio padre da un po’ usa quelle, credo per salire e scendere con maggiore comodità. D’un tratto mi rendo conto che per un certo periodo, ai tempi del liceo, ho usato anche io una bici di tal foggia, con il cestino davanti e il portapacchi dietro, per andare a scuola. L’idea si concretizza nel momento stesso in cui la realizzo […] Inforco la bici, do una rapida controllata alle ruote. Sono sgonfie il gusto, per un breve giro andranno bene. Per raggiungere il cancello devo fare una curva stretta sul marciapiede, e un moto d’orgoglio carico di nostalgia mi prende quando l’antica manovra mi viene in automatico, coordinando il movimento del manubrio con la giusta angolazione del pedale sinistro, per non incartarmi sullo spigolo del muro. Dopo pochi istanti sto pedalando per le vie dell’Arcella[1].

In questo brano la memoria, nella sua tripartizione, è protagonista assoluta. Ancora più in profondità del semplice andare in bicicletta, l’autore racconta dell’istante in cui un gesto, una coordinazione, emergono dalle profondità della nostra storia e ri-accadono, con stupefacente immediatezza.

Lungo la pedemontana, l’ultima fatica di Paolo Malaguti, è un lavoro che si muove, come dice il sottotitolo, lentamente tra storia, paesaggio e fantasie. In sei uscite più una, Paolo va in cerca di quella forma inaudita di trincea che la Superstrada Pedemontana Veneta rappresenta, per guardarla in faccia, percorrerla dove possibile, comprenderne il posto nel paesaggio e soprattutto per capire e narrare ciò che questo immenso cantiere agisce su di lui come stimolo a ricordare e come spunto a immaginare. Tra grandi sudate, molti chilometri e alcuni grandi incontri, si snodano le tappe di quella che pare essere, più che una via crucis, una via dee crozhere, tanti sono gli snodi, i groppi, gli incroci che la nuova strada subisce e impone, avendo come fantasma irredimibile la drittezza delle arterie d’epoca romana.

È un libro in cui Paolo raccoglie e rielabora l’eredità – meglio, ancora, la memoria – dei suoi lavori precedenti, sia quelli di narrativa, sia quelli incentrati sul lessico veneto. La strada è il simbolo di ogni mezzo di comunicazione per l’uomo, ed è causa ad un tempo di incontro e scontri, di doni e ruberie, incidendo il territorio come tratto d’unione e come ferita insanabile. Paolo rielabora le analisi e i ricordi autobiografici usati per i sillabari veneti e li integra alle ricerche sulla nostra storia recente e meno recente, svolte per i libri sul Grappa, sulla Grande Guerra e anche sull’impero d’Oriente. Alla base c’è la decisione di guardare da vicino le cose, per quello che appaiono, senza pregiudizi e interrogandosi, tenendo come scorta i grandi piccoli maestri del nostro Veneto così amato così odiato. Buzzati, Meneghello, Piovene, Rigoni Stern, Sanudo, Trevisan, Zanzotto parlano da luoghi più o meno remoti eppure in essi riecheggiano chi e somiglianze di famiglia che attraversano il paesaggio e attraversandolo lo uniscono. Ne esce un lavoro sincero, in cui lo spazio è presto preso dal dubbio e dalla mancanza di certezze, simboleggiati fisicamente dalla fatica dell’incedere.

La memoria si ricorda come farti andare in bici, ma l’allenamento è compito della volontà

[1] Paolo Malaguti, Lungo la pedemontana, Marsilio, Venezia 2018, pp. 204-205

I baffi, i cavalli e qualche linea di follia

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die Welt ist verklärt, denn Gott ist auf der Erde[1]

Nietzsche187aLa logica della ragione ha ceduto a quella del delirio. A Torino, tra la fine del 1888 e l’inizio del 1889. Nietzsche aveva trovato rifugio nella città sabauda nell’aprile del 1888, giungendovi per la prima volta nella sua vita e venendone affascinato completamente, come da nessun altro posto prima. Nemmeno Venezia, nemmeno Nizza che con i suoi duecentoventi giorni di cielo sereno e terso gli garantiva quel clima che per tutta la vita aveva cercato, fuggendo dalla cupezza tedesca, dal freddo svizzero.

Torino fu una scoperta, un dono, un luogo magico e aristocratico in cui passeggiare, sentirsi libero, farsi degustatore ed esperto di dolci.

Ieri ho fatto, con la Tua lettera in mano, la mia consueta passeggiata pomeridiana fuori Torino. Ovunque la più limpida luce di ottobre, lo splendido viale alberato, che per circa un’ora mi ha condotto lungo il corso del Po, quasi non ancora sfiorato dall’autunno. Adesso sono l’uomo più colmo di gratitudine del mondo – con una disposizione d’animo autunnale nel miglior senso del termine: è il periodo della mia grande vendemmia[2].

A Torino Nietzsche si ritirò, sia dagli altri – come tappa finale nel suo viaggio di distacco e rifiuto delle persone; sia dal mondo, chiudendosi nella stanza in cui era a pensione a trenta lire al mese in via Carlo Alberto 6, e fino a che l’amico Franz Overbeck, partito da Basilea alla notizia del crollo mentale del filosofo, non riuscì a scovarlo, trovandolo in pessime condizioni fisiche, rannicchiato in un angolo del divano, spaurito, apparentemente vinto dal demone della follia, del dionisiaco, del tragico.

È celebre, benché non certo, l’episodio scatenante la follia finale di Nietzsche; uscendo di casa il 3 gennaio del 1889, il filosofo, dopo aver visto un vetturino maltrattare il proprio cavallo, corse loro incontro, dicendo all’uomo di smetterla e abbracciando in lacrime l’animale.

Il fatto che del cavallo non si sia saputo più nulla, ha spinto il regista ungherese Béla Tarr a realizzare un lungometraggio incentrato sulla vita del vetturino, della figlia e dell’animale. Si trova, sottotitolato, qui . Di seguito invece una delle scene più intense e filosoficamente impegnative dell’opera; il monologo ha evidenti contatti con la riflessione nietzscheana.

Un cavallo frustato dal cocchiere è al centro anche della storia del piccolo Hans, uno dei famosi casi clinici pubblicati da Freud e tappa fondamentale nella definizione del concetto di fobia e di fantasie sessuali infantili che riguardano il complesso edipico, la rivalità fraterna, l’angoscia di castrazione e la curiosità sessuale pre-genitale.

Io non condivido l’opinione oggi in voga secondo cui quello che dicono i bambini sarebbe sempre arbitrario e inattendibile. Nulla è arbitrario nel campo della psiche, l’inattendibilità delle affermazioni dei bambini deriva dalla prepotenza della loro fantasia, così come l’inattendibilità delle affermazioni degli adulti proviene dalla prepotenza dei loro pregiudizi. D’altronde i bambini non mentono senza ragione e in generale sono più inclini all’amor del vero che non gli adulti[3].

È in questa stessa opera che Freud dice:

Ora, è per lo meno molto verosimile che l’educazione del bambino possa esercitare un profondo influsso a favore o a sfavore di quella predisposizione alla malattia che abbiamo menzionato come fattore della sommazione. Ma a che deve mirare l’educazione? Dove deve intervenire? […] Finora, essa si è posta per compito soltanto il dominio, o meglio la repressione delle pulsioni. I risultati sono stati tutt’altro che soddisfacenti… D’altra parte nessuno si è domandato per quali vie e in virtù di quali sacrifici si raggiunga la repressione delle pulsioni imbarazzanti. Se per contro noi sostituiamo a questo compito un altro, quello di rendere l’individuo atto alla civiltà e utile membro del consorzio umano, senza chiedergli di sacrificare la propria attività più di quanto non sia strettamente necessario, ecco che allora i chiarimenti datici dalla psicoanalisi sull’origine del complessi patogeni e sul nucleo di ciascheduna nevrosi meriteranno giustamente di essere considerati dall’educatore una guida di inestimabile valore per la condotta da tenere nei confronti del bambino[4].

Freud_hans

L’educazione è un tema centrale in questo e in altri testi di Freud e ci permette di avanzare nel discorso facendo un salto indietro di più di duemila anni e recuperando alcuni concetti espressi nelle Leggi, l’ultima e incompiuta opera di Platone.

Le Leggi parlano ancora di politica, di costituzioni, di governo (dopo che il tema era stato al centro della Repubblica e del Politico), dal punto di vista di chi deve fondare non un consorzio umano dal nulla, ma una concreta colonia a Creta formata da gente mista, proveniente dall’isola di Creta e dal Peloponneso. Ecco che il problema sarà dato dal fatto che:

 

una stirpe eterogenea che confluisce in un medesimo luogo sarà più ben disposta a prestare orecchio a nuove leggi, ma il trovarsi in sintonia e, come in una pariglia di cavalli, lo sbuffare ciascuno in accordo con l’altro, come si dice, richiede molto tempo ed è assai difficile. Ma in effetti è compito di uomini che abbiano conseguito la perfezione nella virtù stabilire le leggi e fondare nuovi stati[5].

Ancora cavalli! L’immagine è forte e non può non ricordare quanto Platone dice nel Fedro riguardo all’anima:

Si immagini l’anima simile a una forza costituita per sua natura da una biga alata e da un auriga. I cavalli e gli aurighi degli dèi sono tutti buoni e nati da buoni, quelli degli altri sono misti. E innanzitutto l’auriga che è in noi guida un carro a due, poi dei due cavalli uno è bello, buono e nato da cavalli d’ugual specie, l’altro è contrario e nato da stirpe contraria; perciò la guida, per quanto ci riguarda, è di necessità difficile e molesta. Quindi bisogna cercare di definire in che senso il vivente è stato chiamato mortale e immortale[6]
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Nelle Leggi, ancora, viene affrontato il tema capitale dell’educazione (παιδεία), da svolgersi attraverso quello che Platone definisce un incantesimo che permetta, attraverso l’uso di musica e danza, ritmo e armonia, di agire sulla anima non razionale dell’uomo e metterla in equilibrio con le altre due anime; sarà la virtù della temperanza a controllare il piacere senza rimuoverlo, in modo da garantire amicizia e concordia e, con ciò stesso, l’instaurarsi di una vera comunità.

Quale sarà allora un retto criterio per vivere? Bisogna vivere giocando i propri giochi, facendo sacrifici, cantando e danzando, in modo da poter rendere benevoli  se stessi gli dèi, respingendo i nemici e vincendoli in battaglia[7].

Ecco che forse il gioco, la danza dionisiaca, la carrellata di maschere e infingimenti, di malìe e incantesimi, finiscono per mostrare sotto una luce diversa la logica del delirio del Nietzsche torinese, l’ultimissimo Nietzsche prima del silenzio lungo undici anni.

Alla principessa Arianna, la mia amata.

È un pregiudizio che io sia un uomo. Ma ho spesso vissuto tra gli uomini e conosco tutte le esperienze che gli uomini possono fare, dalle più basse alle più alte. Tra gli indiani sono stato Buddha, in Grecia Dioniso — Alessandro e Cesare sono le mie incarnazioni, come pure il poeta di Shakespeare Lord Bacon. Da ultimo sono stato ancora Voltaire e Napoleone, forse anche Richard Wagner… Ma questa volta vengo come Dioniso vittorioso, che renderà la terra un giorno di festa… Non che io abbia molto tempo… I cieli gioiscono per il fatto che sono qui… Sono stato anche appeso alla croce…[8]

Chiudo con quella che è la chiave di volta per capire questo testo, il filo che lega gli enormi personaggi citati, le loro opere, i loro lasciti; nonché il motto che dovrebbe guidare ogni pedagogia rivolta ai viventi:

Diventa necessario! Diventa limpido! Diventa bello! Diventa sano![9]

[1] Il mondo è trasfigurato poiché Dio è in terra. Così inizia un biglietto datato 3 gennaio 1889 e indirizzato a Meta von Salis-Marschlins. Appartiene a quelli comunemente noti come die Wahnzettel, biglietti della follia, lettere scritte da Nietzsche a Torino durante la fase acuta del suo delirio, al principio del 1889.

[2] Lettera a Overbeck, 18 ottobre 1888, trad. it. di Vivetta Vivarelli

[3] Sigmund Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni, in Opere complete, vol. 5, a cura di Cesare Musatti, Bollati Boringhieri

[4] Ibid.

[5] Platone, Leggi 708d, trad. it. di Enrico Pegone

[6] Platone, Fedro 246a-b, trad. it. di Giovanni Caccia

[7] Platone, Leggi 803d-e, trad. it. di Enrico Pegone

[8] Lettera a Cosima Wagner, 3 gennaio 1889, trad. it. di Vivetta Vivarelli

[9] Nietzsche, Frammenti postumi 1882-1884, trad. It. di Leonardo Amoroso e Mazzino Montinari

De brevitate versūs. Un apologo veramente troppo lungo sulla brevità.

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«Miei Reverendi Padri, le mie lettere non eran use a susseguirsi così dappresso né a esser così lunghe. La scarsità del tempo a mia disposizione è stata la cagione dell’una e dell’altra cosa. Questa lettera è più lunga delle altre perché non ho avuto agio di farla più breve[1]».

IMG_20181104_182155Così Blaise Pascal a conclusione della sedicesima e terz’ultima delle Lettere a un provinciale. Si tratta di un’opera d’occasione e si inserisce nella disputa seicentesca tra Giansenisti e Gesuiti che insisteva maggiormente sulle questioni della salvezza dell’uomo, del ruolo della grazia di Dio e della presenza ed efficacia del libero arbitrio. Quest’opera riscosse grande, grandissimo successo, sia perché venne pubblicata (dapprima una lettera alla volta, poi in volume nel 1657) in un momento in cui molti erano i lettori interessati a un tema non più solo teologico; sia perché Pascal (che pure le pubblicò in forma anonima), non essendo teologo di professione, scelse uno stile neutro, letterario più che dotto, e un approccio lontano da ogni specialismo, proprio di chi si mette ad indagare attorno a un tema affidandosi alla ragione e non all’autorità. Il trentaduenne uomo di scienza ne fece un tema da salotto, più che da aula universitaria, e in ciò riuscì meglio a raggiungere lo scopo che più gli interessava, vale a dire soccorrere l’amico Antoine Arnauld, il famoso teologo di Port-Royal che di lì a qualche anno avrebbe pubblicato con Pierre Nicole la fondamentale Logica o l’arte di pensare.

Le provinciali (nome assunto fin da subito) contribuirono inoltre a formare la letteratura francese del cosiddetto secolo d’oro[2], dominata da un forte movimento di repressione e rimozione, da un continuo gioco di luci e ombre, dalla ricerca di un linguaggio aristocratico e quasi emendato che si sostanzia nella fondazione della Academie Francaise (1635) ad opera di Richelieu, da una nuova ansia moralizzatrice (La Rochefoucauld, La Bruyère) a seguito della fine della rovinosa Guerra dei Trent’anni (1648); dal punto di vista religioso, il rafforzamento della monarchia iniziato da Richelieu, continuato da Mazzarino e preso in carico da versailles-kkKI-UNXjdgxY91g5mpX-700x394@LaStampa.itLuigi XIV, muove verso la soppressione di ogni opposizione e la revoca dell’editto di Nantes è solo uno dei molti provvedimenti contro gli ugonotti (i calvinisti) e l’esito ultimo di una ampia politica di conversione dei protestanti al cattolicesimo (nella sua veste depotenziata gallicana). Vittima illustre di questo clima fu Molière il cui Tartufo fu messo al bando vietandone ogni rappresentazione pubblica. Già nella sua commedia d’esordio, Lo stordito (1655, di chiara ascendenza italiana), Molière fa dire al personaggio Anselmo:

Si notre esprit n’est pas sage à toutes les heures,
Les plus courtes erreurs sont toujours les meilleures[3]

E così è se nel giro di due anni, fortunatamente, il bando cade e la commedia può tornare ad essere rappresentata.

In un luogo della Parigi di oggi, dove si incrociano a angolo acuto la rue Richelieu, la rue Thérèse e la rue Molière, egli avrebbe visto un uomo seduto immobile tra le colonne. Al di sotto di quest’uomo stanno due donne di marmo bianco con dei rotoli nelle mani. E ancor più in basso di queste ci sono teste di leoni, e sotto l’asciutta cavità di una fontana. Eccolo, astuto e seducente! Ecco il commediografo e drammaturgo di corte! Eccolo con la parrucca di bronzo e i fiocchi di bronzo ai calzari! Ecco il re del dramma francese![4]

Con un certo gusto comico, una volta raggiunta la ricchezza, Molière prenderà casa in rue Richelieu, una via centralissima di Parigi intitolata proprio a quel cardinale che abbiamo incontrato spesso in queste righe e a cui è stata attribuita la seguente frase, che se pure fosse apocrifa, varrebbe comunque a sostenerci nel nostro intento sulla brevità:

Datemi sei righe scritte dal più onesto degli uomini, e vi troverò una qualche cosa sufficiente a farlo impiccare.

Nessuno scrupolo, certo, protetti da quella che con lui si cominciò a chiamare ragion di Stato e che fu uno dei maggiori obiettivi polemici del Mars Gallicus di Cornelius Otto Jansen, meglio noto come Giansenio; l’autore (nato lo stesso anno di Richelieu) lo pubblicò nel 1634. Postumo uscì invece l’Augustinus nel quale Giansenio, rileggendo Agostino, elabora la sua teoria sulla grazia e sul libero arbitrio, ponendo le basi di quella disputa teologica dalla quale siamo partiti; un’opera poderosa la cui lunghezza servì solo a ritardare la condanna papale, arrivata con la bolla In eminenti del 1642.

Circa negli stessi anni, in Spagna, Baltasar Graciàn, filosofo e scrittore gesuita, pubblica alcuni dei capolavori della letteratura spagnola del siglo de oro. Nella sua pessimistica visione del mondo, tipica del Barocco spagnolo, è di primaria importanza l’uso della prudenza, l’avere buone conoscenze, il saper destreggiarsi dissimulando. Il suo stile è molto personale, frammentato, basato su periodi brevi e immaginifici. In una delle sue ultime opere scrive:

Suole essere noioso l’uomo che non sa fare né dire che una sola cosa. La brevità è gradita e giova di più: s’acquista in cortesia quel che si perde in lunghezza. Quel che è buono davvero, diventa buono il doppio, se è contenuto in poco spazio; e perfino il male, se è poco, pare minore. Fanno più effetto le quintessenze che le farragini. Ed è verità universalmente riconosciuta che l’uomo prolisso è raramente saggio, non tanto per la materiale disposizione quanto per la sostanza del ragionamento. Vi sono uomini che servono a ingombrar l’universo, piuttosto che ad esserne l’ornamento, oggetti perduti dai quali tutti rifuggono. L’uomo saggio eviti di esser d’impaccio, soprattutto ai grandi personaggi che vivono in mezzo a tante occupazioni; sarebbe assai peggio infastidire un di loro che non tutto il resto del mondo. Le cose ben dette si dicono in fretta[5].

Giustissimo. Ed estremamente prolisso. Sembrano risuonare le parole che Shakespeare aveva messo in bocca, qualche decennio prima, a Polonio (Amleto, II, 2, 90):

Ecco dunque un affare ben concluso.
Mio sovrano e signora,
a disquisir sulla sovranità,
sui suoi doveri, perché il giorno è giorno,
la notte è notte, perché il tempo è tempo,
non sarebbe che perdere la notte
ed il giorno ed il tempo.
Perciò se è vero che la brevità
è l’anima del senno,
e il parlar troppo un fronzolo esteriore,
il mio discorso sarà molto breve.
Il vostro nobile figliolo è pazzo:
e dico “pazzo”, perché definire
in che consista ogni vera pazzia
ch’altro sarebbe, se non esser pazzi?
Ma via, lasciamo andare[6]

Chiudiamo col bardo, temendo di aver fatto anche qui troppo rumore per nulla.

 

[1] Blaise Pascal, Le provinciali, Laterza, Bari 1963, a cura di Paolo Serini, p. 270

[2] È stato Voltaire, nel 1751, a coniare il termine Le Grand Siècle per definire l’epoca del Re Sole. Si tende più recentemente a estendere i limiti coperti da questa categoria cronologica facendola iniziare nel 1589 e chiudere nel 1715. In merito all’importanza letteraria delle Provinciali, Giulio Preti introducendo l’edizione Einaudi del 1983 scrive che esse «sono state ritenute per tutto il secolo XVIII e parte del XIX come uno dei capolavori, se non addirittura il capolavoro, della letteratura francese “classica”».

[3] “Se la nostra anima non è saggia a tutte le ore/gli errori più brevi sono sempre i migliori”.

[4] Michail A. Bulgakov, La vita del signor de Molière, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1985, trad. it. di Ljiljana Avirović Rupeni, p. 8

[5] Baltasar Gracián, Oracolo manuale e arte di prudenza, trad. it. di Antonio Gasparetti, Milano, TEA, 1991, p. 80

[6] Trad. it. di Goffredo Raponi

La psicanalisi oltre il Novecento, di Giovanni Sias

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Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
Cantico dei cantici, IV, 12

downloadIn questo agile e al tempo stesso denso pamphlet, lo psicoanalista Giovanni Sias[1] invita il lettore a condividere alcune riflessioni che, muovendo dall’odierno stato di salute della Psicoanalisi, investono più in generale la decadenza della cultura occidentale sempre più frammentata in piccoli e sterili centri di potere, scuole in cui spesso il doveroso riferimento all’auctoritas scema velocemente in quello che Sias definisce efficacemente come superstizioso epigonismo.

Attraverso riferimenti autoriali disparati, che a partire da Agostino collegano letteratura, filosofia e psicoanalisi, Sias individua le sfide che attendono la psicoanalisi del nuovo millennio, prima fra tutte la necessità di superare, nel profondo significato inteso da Hegel col termine aufhebung, il Novecento e i suoi due tempi che l’autore indica nella fondazione della psicoanalisi operata da Freud e nella sua rifondazione frutto del lavoro di costante rilettura intrapreso e mai smesso da Lacan.

Un’azione, quella di Lacan, non meramente intellettuale. In ogni pagina dello scritto di Sias emerge con chiarezza quanto il lavoro che attende chiunque si occupi davvero di psicoanalisi sia innanzitutto etico; non soltanto una perlustrazione e una revisione delle teorie e dei concetti precedenti e diventati canone, ma un aggancio tra questi e quanto emerge dalla pratica analitica che sola può avvertire come e quanto stia cambiando il linguaggio e, assieme ad esso, la struttura sociale, storica, culturale del sistema di riferimento. La parole etica è la parola che dice contro ciò che è stato detto; non nel senso dell’opposizione che frammenta e che appare in modo evidente – dice Sias in vari passaggi – nel nominalismo patologizzante che sempre più configura la cultura contemporanea; quanto piuttosto nel senso suggerito dall’immagine della conversione, del rivolgersi a.

1200px-antonello_da_messina_009Ecco perché Agostino ed ecco perché sono assenti, in modo che è a prima vista un po’ sorprendente, riferimenti alla cultura greca. È Agostino a lasciare in eredità la potente immagine dell’amore caritatevole (Agape) che mette l’uomo a disposizione dell’altro, in un dialogo profondo e proficuo: Non intratur in veritatem nisi per caritatem, dice Agostino consegnando all’Occidente una nuova forma dialogica, non più soltanto guidata dal Logos, ma frutto dell’azione combinata di Logos e Caritas.

La stessa carica sovversiva che ha avuto per l’Occidente l’apparire dell’amore come dono gratuito è nella psicoanalisi quando, libera dai paludosi impedimenti dell’hortus conclusus della burocrazia terapeutica, riaffida la propria pratica all’avventura sul terreno tragico del desiderio.

Giovanni Sias, La psicoanalisi oltre il Novecento
Polimnia digital editions
Ebook (scaricabile gratuitamente qui)

[1] Su temi contigui, Sias si era già espresso recentemente nel volume La follia ritrovata. Senso e realtà dell’esperienza psicanalitica, Roma, Alpes Italia, 2016.

ANCORA LA PUGLIA, PER ALTRE COSE E PER CHIUDERE IL GIRO

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Roy's_Records_façade

Chi, come me, è appassionato della trilogia di Ritorno al futuro non potrà che avere chiaro in mente quale canzone accolga Marty al suo imprevisto arrivo nella Hill Valley del 1955, il 5 Novembre.

Dagli amplificatori posti all’esterno del Roy’s Records in Courthouse square viene trasmessa Mr. Sandman, nella versione al maschile incisa dai Four Aces, un gruppo vocale di 4 giovanotti bianchi che avevano inciso nel 1954 la canzone, lo stesso anno della prima incisione da parte del gruppo The Chordettes, composto invece da 4 giovani donne di colore e attivo dal 1946. Il fenomeno dei gruppi vocali è centrale per la musica popolare americana del dopoguerra e diede vita a un genere chiamato Doo Wop, un sintagma onomatopeico che richiama il verso che i cantanti emettevano per imitare il suono dei fiati nei brani R n’ B.

Se a qualcuno interessa ecco una playlist rappresentativa e comprensiva naturalmente del brano delle Chordettes nonché della versione originale di Earth angel, cantata sempre in Ritorno al futuro da un gruppo di fantasia: Marvin Berry and the starlighters.

Chi ama la trilogia di Zemeckis – amore serio, intendo – sa bene che non c’è alcunché di casuale nelle scene e che ogni scelta ha un elemento di interesse (e di aggancio agli altri episodi). In rete si trovano quantità di spunti in merito. Non può che essere lo stesso per la canzone di cui scrivo e a questo proposito in questo post si avanza una acuta lettura circa il motivo per cui è stata scelta la versione dei Four Aces invece dell’originale delle Chordettes.

Il Mr. Sandman della canzone è l’equivalente dell’omino del sonno presente nel

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folklore del Nord Europa; è così chiamato perché per far dormire i bambini pare cosparga sugli occhi una manciata di sabbia o polvere, portando insieme sogni felici.

Con intenzioni un po’ diverse, Giove si affidava al figlio Mercurio per portare il sonno dove necessitava, come emerge ad esempio nel racconto di Argo, messo da Giunone a guardia di Io tramutata dallo stesso re degli Dèi in giovenca. Nell’Eneide, invece, Giove – sempre alle prese con i fastidi creati in terra dall’ira della moglie – è costretto a mandare Mercurio in sogno a Enea per esortarlo, ma sarebbe bene dire costringerlo, a mollare Didone e la Libia per tornare sul suo cammino (non erano gli stessi Libici a cui Doc Brown ha rubato il plutonio, naturalmente). C’era Roma da fondare e la storia non poteva permettersi di attendere i tempi lunghi dell’obnubilamento amoroso dell’eroe teucro, che in effetti senza alcun indugio segue il comandamento divino e lascia a struggersi la bella Didone, con gli esiti noti ai più.

Su Didone, che è personaggio di grande spessore, non dico niente e vi rimando alle valide parole di Galatea Vaglio nel suo blog (qui) e nel libro che raccoglie questa e altre biografie di personaggi antichi (questo, anche in ebook).

Parlando di Enea, invece, e delle sue faticose e annose avventure in mare, pare che il primo approdo nella penisola italica sia stato in Puglia; a contendersi l’onore ci sono Porto Badisco e Castro, che da qualche anno (2015) si è avvantaggiato nella corsa grazie al ritrovamento di un busto raffigurante, così si interpreta, una Atena (simile all’Atena Illiaca tramandata dalla iconografia), in questo dunque riscontrando le parole di Virgilio che nel canto III fa dire a Enea: “le brezze bramate crescono ed ormai più vicino si apre il porto e sulla rocca appare il tempio di Minerva”.

Sì, Castro (all’epoca romana chiamato Castrum Minervae) sembra avere le carte in regola per essere quell’approdo tanto sudato da Enea (che aveva contro Giunone, si ricorderà). E certo se l’eroe fosse vissuto qualche anno prima – insomma, qualche milione di anni prima – la faccenda dell’arrivo in Italia sarebbe magari stata più facile; in Puglia, nella vasta zona delle murge, sono diffusi alcuni tipi di quercia, tra cui il cosiddetto Fragno, il cui nome scientifico è Quercus Trojana Webb. In Italia è presente solo qua, e si ritrova in Turchia e nei Balcani, cosa che ha fatto supporre una passata saldatura tra la Puglia e i Balcani. Mi è capitato di leggere di questa quercia e della sua storia nel museo del territorio di Alberobello nella bella Casa Pezzolla. Alberobello è parte della Val d’Itria che a sua volta appartiene alle succitate murge ed è un caso unico al mondo di abitato costituito, nella parte più storica si capisce, da abitazioni-non abitazioni: i trulli, un caso raro anche come positivo effetto del conflittuale rapporto che gli Italiani hanno con t

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asse, imposte e balzelli. Nel caso di specie, furono i conti di Conversano Acquaviva d’Aragona a imporre ai contadini di costruire queste strutture a secco (cioè senza malta come legante), in modo da farle passare per costruzioni temporanee e evitare le tasse richieste dal Regno di Napoli per ogni nuovo insediamento urbano. Quasi inutile dire che gli stessi conti di Conversano Acquaviva d’Aragona non evitarono mai di chiedere ai suddetti contadini la decima. Questo almeno fino a che Ferdinando IV di Borbone emanò un decreto secondo il quale Alberobello era elevata al rango di città regia, e per ciò liberata dalla servitù feudale dei conti.

Era il 1797. Un anno, sia detto per inciso, di una certa rilevanza anche per la poesia visto che sono stati pubblicati gli Inni alla notte, di Novalis, e visto soprattutto che il conte non ancora gonfaloniere Monaldo Leopardi (di cui ho scritto qui) e la consorte marchesa Adelaide Antici stavano mettendo in cantiere il loro primogenito.

LA PUGLIA, GLI SCACCHI, LA FISICA e altre gioie dello spettatore silenzioso

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Tavoliere, ovvero nomina sunt consequentia rerum.

Lungo la A14 c’è, a fare da confine tra il Molise e la Puglia, il casello di Poggio Imperiale. Lo chiamano anche Porta della Puglia e del Gargano. Oltre inizia quello che si suole chiamare tavoliere delle Puglie, una vasta zona pianeggiante – in Italia seconda per ampiezza solo alla pianura padana – formatasi nel Quaternario, sia per emersione dal mare sia per accumulo di materiali d’alluvione portati dai fiumi appenninici. Al centro del Tavoliere sta la provincia di Foggia, l’antica Daunia, famosa per le ceramiche, le stele e, tra le sculture, il trapezophoros, unico a quanto si sa nel suo genere.

Pare che il nome Tavoliere delle Puglie derivi dalle Tabulae censuriae, documenti del catasto imperiale romano utilizzati per registrare e catalogare i terreni e la loro destinazione d’uso, compresa dunque questa immensa distesa di terre piane allora adibita a pascolo. Il nome non ha così in questo uso alcuna affinità col significato di tavolo da gioco, vale a dire il ripiano distinto da segni e riquadri usato ad esempio per i dadi, la dama, gli scacchi.

Ciò malgrado, a Poggio Imperiale ogni anno nel primo Week-end di agosto si svolge il Palio di dama vivente, un torneo di dama tra diversi maestri del gioco, a cui segue una rappresentazione vivente su quella che è la più grande damiera fissa d’Europa. Il gioco della dama – ispirato per via castigliana (alquerque) a un antichissimo gioco egizio e poi modificato in area provenzale (fierges) fino al consolidamento nel jeu aux dames, verso il 1200 – è popolarissimo e molto interessante. Se ne contano diverse varianti nazionali – tra cui quella italiana – giocate su varie damiere (8×8, 10×10, 12×12); esiste una federazione internazionale e una versione del gioco che rappresenta lo standard per i campionati mondiali, europei e per i tornei internazionali; viene chiamata anche Dama polacca, benché non abbia a che fare coi Polacchi o con la Polonia, dove il gioco arrivò tardi e attraverso la Russia. Pare anzi che la versione oggi usata internazionalmente sia stata elaborata in Francia a fine Settecento.

La dama ha avuto nel tempo numerosi estimatori ed è probabilmente il gioco con più

varianti nazionali e che mantiene al contempo alcune fondamentali regole di base. È nota per altro la rivalità con l’altro famoso gioco da tavoliere con pedine: gli scacchi.

Colgo l’occasione per chiarire che le più alte facoltà della riflessione sono utilizzate più intensamente e con maggior profitto dal modesto gioco della dama che da tutta l’elaborata futilità degli scacchi. In questo gioco, dotato di pezzi dai movimenti molteplici e bizzarri, con valori diversi e variabili, la complessità, per un errore molto comune, viene scambiata per profondità. Più di altro è messa in gioco l’attenzione. Basta allentarla un attimo e si cade in errore, il che comporta un danno, se non la sconfitta. Poiché le possibilità di mosse sono, non soltanto multiformi, ma anche complicate, le possibilità di errore sono moltiplicate; e in nove casi su dice vince il giocatore più attento, non il più abile. Nella dama, al contrario, dove le mosse sono uniche, con solo poche varianti, le possibilità di distrazione sono ridotte al minimo, l’attenzione non è catturata interamente e tutti i passi avanti registrati da ognuno dei giocatori non possono che essere appannaggio di chi ha maggior acume[1].

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In questo notissimo racconto, uno dei tre aventi come protagonista il prototipo dell’investigatore che la letteratura europea conosca: Auguste Dupin, il narratore cerca di convincere il lettore circa la sopravvalutazione degli scacchi come esempio di applicazione delle facoltà analitiche, laddove a suo dire invece sono in gioco piuttosto la memoria e l’attenzione, a differenza della dama la cui apparente modestia è simbolo della linearità e rappresentazione delle capacità che muovono verso la risoluzione dell’enigma.

Altrove, d’altra parte, la appena vituperata molteplicità e bizzarria dei possibili movimenti dei pezzi presenti sulla scacchiera è stata utilizzata come positivo esempio di quanto accade in natura. Chi ha avuto la fortuna di leggere Sei pezzi facili di Richard Feynman ricorderà forse queste parole dell’autore:

Cosa si intende quando si dice che «capiamo» una cosa? Possiamo immaginare che questo complicato apparato di cose in movimento che chiamiamo “mondo” sia simile a una partita di scacchi giocata dagli dèi, di cui noi siamo spettatori. Non conosciamo le regole del gioco; tutto ciò che ci è permesso è guardare la partita. Naturalmente, se guardiamo abbastanza a lungo, alla fine afferreremo alcune regole di base. Le regole del gioco sono ciò che chiamiamo fisica fondamentale. Anche se le conoscessimo tutte, comunque, potremmo non essere in grado di capire perché viene fatta una data mossa, magari perché è troppo complicata, e le nostre menti sono limitate. Se giocate a scacchi sapete che è molto facile impararne le regole, ma è molto difficile, spesso, scegliere la mossa migliore, o capire perché un giocatore faccia una certa mossa. Così è in natura, solo lo è ancora di più […][2].

Le connessioni, le relazioni, la possibilità di intravedere e formulare regole valide universalmente e riuscire a dare delle definizioni ai fenomeni descritti, come a fissare nel tempo una piccola tappa nel tortuoso itinerario che chiamiamo conoscenza.

Carica e attrazione

Il ciclo delle lezioni di Feynman, dopo alcuni paragrafi introduttivi, parte da un’affermazione capitale, nella quale secondo l’autore è condensata la maggior quantità di informazioni relative alla fisica nel minor numero di parole ed è l’ipotesi atomica e cioé che tutte le cose sono fatte di atomi, piccole particelle in perpetuo movimento che si attraggono a breve distanza, ma si respingono se pressate l’una contro l’altra. (Che questo valga quotidianamente per i mortali, dunque, non dovrebbe sorprendere).

Non sono un fisico e non posso parlare né di fisica né di molte cose contenute in questo fortunato libro. Posso però usarlo in modo indiretto e, spero, non blasfemo.

Nella seconda lezione, dove viene offerto un panorama dei concetti della fisica di base, Feynman ci porta a spasso tra le forze e introduce il concetto di carica per spiegare da cosa dipenda la forte interazione tra gli atomi. Feynman dice, in modo anche alquanto poetico, che quando sono vicini e questa interazione è forte, gli atomi riescono a vedersi dentro e a modificare la loro distribuzione di cariche. La carica si misura in coulomb, in onore dello scienziato francese Charles Augustin Coulomb che tra presentò all’Académie des sciences di Parigi trail 1785 e il 1791 ben sette memorie sull’elettricità e il magnetismo spiegando le leggi di attrazione e repulsione tra cariche elettriche e poli magnetici. Coulomb morì il 23 agosto del 1806, dopo aver passato gli ultimi quattro anni di vita come ispettore delle scuole, così carica attribuitagli da Bonaparte.

Carica e responsabilità

davOgni anno, tra il 19 e il 22 agosto, a Sant’Eufemia un rione del comune di Tricase (Le) si tengono i festeggiamenti religiosi e civili per la Madonna del Gonfalone, presso la cripta omonima. Io purtroppo l’ho trovata chiusa, e ho potuto visitare solo l’esterno, ma per la storia e il significato religioso del sito e della festa vi rimando a questo approfondito articolo. Dal punto di vista civile, pare che il 22 agosto fosse il giorno in cui, da queste parti, il Gonfaloniere (Podestà) venisse a esercitare la giustizia.

Per spezzare il viaggio tra casa e Lecce, abbiamo fatto una doverosa sosta a Recanati ed è qui che, ascoltando la guida che ci conduceva tra le stanze della famosa biblioteca di casa Leopardi, ho imparato qualcosa sul conte Monaldo il quale, per ben due volte, dal 1816 al 1819 e dal 1823 al 1826, è stato gonfaloniere della città. Per quanto sia passata alla storia un’immagine del conte di uomo reazionario a antiprogressista, va invece acclarato che durante la sua attività politica il conte Monaldo si è impegnato in modo mirabile al miglioramento delle condizioni dei suoi concittadini. Tra le tante attività, e per tornare a lambire il tempo presente, fu Monaldo a introdurre nello Stato pontificio il vaccino anti-vaiolo dell’inglese Edward Jenner, sperimentato dapprima sui suoi figli, rendendolo obbligatorio e somministrandolo in prima persona.

Il Papa, che aveva per altro concesso a Monaldo di tenere numerosi libri posti all’indice e di farli leggere ai figli, non aveva trovato alcunché da dire sul progetto della vaccinazione obbligatoria. Evidentemente non era, allora, più tempo di stupide crociate.

 

 

 

 

 

[1] Edgar Allan Poe, I delitti della Rue Morgue, in: Id., Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore, Newton Compton, 19933, Roma, trad. it. di Daniela Palladini e Isabella Donfrancesco

[2] Richard P. Feynman, Sei pezzi facili, Adelphi, 2000, Milano, trad. it. di Laura Servidei

La scimmia di Simenon. Qualche nota (di troppo) su Tre camere a Manhattan.

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Metà degli anni 40. 34/ma Strada. Veduta dalla Settima Avenue verso Ovest. Sulla destra, l’Hotel New York. L’autre è rimasto anonimo, ma è stato pubblicato un libro – Born back in the past, Alinari-24 ore editori, che raccoglie le sue foto.

Anche lui aveva l’aria di uno appena uscito da un qualche locale, anziché dal proprio letto. Ma non aveva bevuto. Era del tutto lucido. Non aveva passato la serata in un ambiente caldo, rallegrato dalla musica, bensì nel deserto della sua camera.

Le coordinate per capire Tre camere a Manhattan, di Georges Simenon, stanno qui, in questo breve stralcio appartenente alle battute iniziali del romanzo: l’alcool, la musica, la solitudine. Soprattutto la musica, che accompagna il lettore per tutta la vicenda, modulata da un narratore che si fa direttore d’orchestra, sfruttando due improbabili strumenti, uno meccanico e uno automatico: l’organo di Barberia e il Juke-box.

Le vecchie arie sperdute

Puis, tout à coup, ainsi qu’un ténor effaré

Lançant dans l’air bruni son cri désespéré,

Son cri qui se lamente, et se prolonge, et crie,

Éclate en quelque coin l’orgue de Barbarie :

Il brame un de ces airs, romances ou polkas,

Qu’enfants nous tapotions sur nos harmonicas

Et qui font, lents ou vifs, réjouissants ou tristes,

Vibrer l’âme aux proscrits, aux femmes, aux artistes.

È un giovane Verlaine a mostrarci,  tra i vicoli di Parigi, un piccolo strumento inventato nel 1702 da un tale Giovanni Barbieri e dal quale prese il nome: organo di Barberia (o a rullo, o a cartone). Diffuso capillarmente nella Francia della seconda metà dell’800, se ne videro in seguito parecchi anche in Italia e fu uno strumento capace di colpire l’immaginario letterario-poetico in modo profondo. Il temperamento introverso e malinconico dei nostri crepuscolari (Govoni, Corazzini ad esempio) non ne fu immune, tanto da fare di questo strumento un vero correlativo oggettivo di una dimensione esistenziale cupa, di un involuto male di vivere.

img05L’iconografia più vulgata vuole che a girare la manovella dell’organo ci fosse una scimmietta; le note dell’organo hanno fatto in seguito da colonna sonora di molti film, anche italiani, in cui prevale un certo realismo popolare animato da artisti di strada, maestri circensi, sagre paesane, a cornice di storie d’amore destinate al fallimento, di rivincite mancate, di zuffe e truffe tanto ingenue quanto svilite. Oggi c’è ancora un artigianato vivo attorno agli organetti che vengono suonati da bravi artisti di strada. Se qualcuno vuole capire come funziona e magari costruirsene uno, un aiuto lo fornisce questo video didattico, mentre  qui potete divertirvi ascoltando Smooth criminal, di Michael Jackson, suonata con l’organo.

Eppure, nonostante le origini e la successiva fortuna italiane, l’organetto è indissolubilmente legato alla Francia e contribuisce all’atmosfera da sbiadita cartolina di certi luoghi d’oltralpe, tra boulevard, passages e boutiques; la musica che diffondono seduce e assieme genera un vago e familiare senso di abbandono e nostalgia.

Il drugstore, per esempio, dove così spesso aveva fatto colazione da solo leggendo un giornale, adesso gli ispirava una spensierata ironia unita a una punta di commiserazione. Si fermò a osservare con tenerezza un organetto di Barberia fermo sul bordo del marciapiede: il primo, ci avrebbe giurato, che vedeva a New York, il primo che vedeva da quando era bambino.

Nel romanzo di Simenon l’organetto fa questa comparsata in un momento di felicità che travolge Combe e lo anestetizza, temporaneamente, dai foschi presagi che la gelosia gli va dipingendo davanti. L’immagine che si trova a guardare e la musica che sente, così diversa dai suoni notturni di una Manhattan negra, sembrano consolidare il conforto sentimentale recentemente conquistato, preludio di una possibile nuova vita segnata dall’accettazione dell’amore come ineluttabile differenza dall’altro.

Ce l’hai un nichelino?

Simenon scrisse Tre camere a Manhattan in sei giorni, agli inizi del 1946, romanzando l’incontro e la passione vissuti con quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie, Denyse Ouimet. Il rapporto che si instaura tra i due, come ci racconta Giulio Nascinbeni nella prefazione, è fedelmente riportato nel romanzo, il cui protagonista è dominato da una forte gelosia indirizzata soprattutto verso il passato dell’amante, Kay Miller, i suoi precedenti uomini, la felicità spartita con loro.

In una New York violenta e sregolata e in cui ci si trascina senza decidersi ad andare a dormire l’incontro tra i due è casuale, eppure nella mente di Combe

era come se fosse stabilito da sempre che sarebbero usciti insieme, e di conseguenza come se, con quella sua ostinazione incomprensibile, lei lo avesse defraudato di un po’ del tempo che era loro concesso.

Combe e la sconosciuta escono e passano ore per le strade di New York, in una notte che il protagonista ricorderà come irreale e incoerente, ma nella quale inizia a consolidarsi l’idea di coppia già in qualche modo prefigurata.

Vide la loro immagine riflessa in una vetrina. Forse a causa della stanchezza, lei stava un po’ inclinata verso di lui, e Combe pensò che assomigliavano a quegli innamorati che, fino al giorno prima, gli facevano apparire intollerabile la sua solitudine. Gli era capitato, specie nelle ultime settimane, di stringere i denti al passaggio di una coppia che sapeva di coppia, di una coppia da cui emanava come un odore di intimità amorosa. Ed ecco che, per chi li vedeva passare, anche loro formavano una coppia. Una ben strana coppia, in verità!

Il whiskey, la lunghissima camminata per le strade di Manhattan, il sesso. Una notte dispendiosa, viva, sospesa e viscerale. Di spreco di sé, in certo senso.

Che cosa ne sapeva, in fondo? Niente. Continuavano a non sapere niente l’uno dell’altro, ancora meno del giorno prima, forse. Eppure mai due esseri, due corpi umani si erano compenetrati più selvaggiamente, con una sorta di disperato furore. Come, in quale momento erano sprofondati nel sonno? Lui non se lo ricordava.

Da questo momento inizia una partita tra Combe e i suoi fantasmi paranoidi: la gelosia, il possesso, la svalutazione dell’altro, controbilanciata dalla donna che tesse con inusitata lentezza le trame di una loro possibile storia comune, che per esistere ha bisogno, come tutte le storie, di qualcosa da ricordare assieme.

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Un WURLITZER 1015 – il più famoso e più venduto degli anni ’40. Fu la Wurlitzer a modificare la fisionomia dei juke-box, inserendo le colorate luci al neon e facendone un oggetto di culto.

Louis Glass e William Arnold sono i costruttori di uno strumento che ha suonato per la prima volta nel 1889 al Palays Royale Saloon, di San Francisco, grazie alla lungimiranza del proprietario del locale, Fred Morgenthaler; era un fonografo elettrico installato dentro a un mobile e azionato da monete da 5 centesimi, che permettevano l’ascolto di un brano musicale. In sei mesi fece incassare mille dollari. Si chiamava Nickel-in-the-slot Machine, ma presto tutto il mondo avrebbe iniziato a chiamarlo Juke-box.

Poi, tendendo la mano, sussurrò:

«Dammi cinque cent». Lui non capì, ma le porse ugualmente la moneta. La vide avvicinarsi a un aggeggio enorme dalle forme arrotondate, posto accanto al bancone, che conteneva un grammofono automatico e un certo numero di dischi: un jukebox. Era seria in viso come non l’aveva ancora veduta. Con la fronte corrugata, leggeva i titoli dei dischi a fianco dei pulsanti di metallo, e alla fine sembrò aver trovato quello che cercava: fece scattare un dispositivo e tornò a issarsi sul suo sgabello.

«Due scotch».

Con un vago sorriso sulle labbra, lei aspettava le prime note, e fu allora che, per la seconda volta, Combe sentì il morso della gelosia. Con chi, dove aveva ascoltato quella canzone che aveva cercato con tanto impegno? Stupidamente si mise a scrutare il barman, che rimase impassibile.

«Su, caro, ascolta… Non fare quella faccia…».

E da quel marchingegno circonfuso di una luce arancione uscì, dolcissima, quasi confidenziale, una di quelle melodie che per sei mesi o un anno, sussurrate da una voce tenera e insinuante, servono a cullare migliaia di amori. Lei gli aveva afferrato il braccio e lo stringeva. Poi gli sorrise, e per la prima volta lo fece mettendo in mostra dei denti bianchi, troppo bianchi, di un biancore un po’ fragile. Forse lui voleva dire qualcosa, ma Kay lo zittì con un:

«Ssst!…».

E poco dopo gli domandò:

«Ti spiace darmi un’altra moneta?».

Per rimettere su lo stesso disco, che quella sera, continuando a bere whisky senza quasi parlarsi, avrebbero ascoltato sette o otto volte.

«Non ti secca, vero?».

Ma no. Non c’era niente che lo seccasse, anche se stava succedendo una cosa alquanto strana. Voleva restare con lei. Gli sembrava di stare bene solo vicino a lei. Aveva una paura tremenda del momento in cui avrebbero dovuto separarsi. E al tempo stesso, là come nella caffetteria, come la sera prima in quel posto dove si mangiavano salsicce o nel bar in cui erano finiti dopo, si sentiva in preda a un’impazienza quasi fisica.

Tornerà altre volte quella canzone, la loro canzone, di cui non sappiamo il titolo né l’autore, ma solo che ha guadagnato centomila dollari in diritti d’autore, come si sente dire Combe da un impresario amico[1]. Ed è questa canzone a insistere, fino alla fine, come laccio d’amore. Verso la fine del romanzo, Kay potrà fare leva su questo intreccio di suoni e affetti, per cercare di colmare la distanza che temporaneamente li separa.

«Come nella nostra canzone, la ricordi ancora? Sei tornato a sentirla? Spero di no, perché immagino la tua faccia triste mentre l’ascolti, e ho paura che tu beva».

Combe, da parte sua, ancora incapace di cedere alla scoperta dell’irriducibilità dell’altro, sempre attraverso la canzone cercherà un’ultima violenza, definitiva, vana.

Gli sembrò quasi di avere accanto a sé Kay. Del resto, non era di Kay, e soltanto di Kay, che parlavano?

«E’ molto carina?».

«No».

«Com’è, allora?».

«E’ commovente, è bella. Dovrebbe vederla. E’ la donna, capisce? No, non può capire. E’ la donna già un po’ vissuta che però è rimasta bambina. Entri qui. Le farò sentire…».

Si frugò febbrilmente in tasca alla ricerca di qualche moneta, mise su il disco e guardò June nella speranza di vederla condividere subito la «loro» emozione.

«Cameriere, due manhattan».

Faceva male a bere ancora, se ne rendeva perfettamente conto, ma era troppo tardi per smettere. La canzone lo turbava al punto da fargli salire le lacrime agli occhi; allora l’americana gli accarezzò dolcemente la mano con un gesto inaspettato e rassicurante.

Una vita, una relazione, una notte, una canzone non sono che figure del tempo che ci viene concesso e del quale impariamo con esasperante e precisa lentezza a farci qualcosa per qualcuno che non conosciamo.

Georges Simenon, Tre camere a Manhattan, Adelphi, pp. 181

[1] Nella realtà si trattò di The man I love, dei fratelli Gershwin. Qui una versione che avrebbe potuto essere in quel juke-box.

Una silenziosa emarginazione. Su Il piccolo libraio di Archangelsk di Georges Simenon

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Platone derivava la sua critica alla polis (parla propriamente di città malata) dalle riflessioni e dalle analisi contenute nelle opere di Tucidide, il grade storico e cronista della tragedia ateniese. Questi mostrava come Atene fosse diventata una città tiranna, basando le proprie prosperità e pace sulla vessazione imperialistica delle comunità assoggettate. Nella sua lettutucidide-thucydides-bust-cutout_romra, il concetto ateniese di democrazia assume i caratteri di una mistificazione che nasconde una ben diversa indole volta all’aggressione e al dominio, frutto di due istinti umani ineludibili così definiti da Tucidide: da un lato la pleonexia, ovvero la bramosia di avere sempre di più, e dall’altro la philotimia, ovvero la brama di successo e di potere assoluto. Trasimaco, uno degli interlocutori di Socrate nella Repubblica, espone in modo rigoroso questa teoria e sostiene che le leggi che ciascun governo emana sono finalizzate al proprio utile; chi ha la forza comanda e determina cosa è giusto.

Pur condividendo gli assunti dello storico ateniese, Platone arrivava a dire che l’anima dell’uomo non è immodificabile ma può essere modellata attraverso l’educazione. Non al modo di Socrate, il suo maestro, vittima dell’inane desiderio di rendere migliore la città interrogando maieuticamente ciascun cittadino, ma intervenendo direttamente sulla gestione della città, dandole dei governanti capaci di guarirla attraverso un impiego saggio del potere, e rifuggendo così dall’impianto demagogico fino ad allora sostenuto e attuato dai governanti ateniesi.

Come ci ha insegnato Hobbes, lo stato è la moltitudine di persone che hanno ceduto parte della propria libertà in cambio di maggior sicurezza, delegando a una persona (il monarca o l’assemblea) il compito di governare. Alla base di questo patto che interessa 669cdf5c5b9ab8b5478d49062b001e0fciascuno c’è dunque una rinuncia. Similmente ci avvertiva Freud che l’accesso alla civiltà ha comportato per l’essere umano la frustrazione della sua libido e della sua aggressività, salvaguardando in questo modo ciascuno dallo scontro e dalla guerra con gli altri.

Se allora il costituirsi della civiltà porta ordine, organizzazione, legge laddove ci sarebbe solo caos e guerra fratricida, è altrettanto vero, tornando a Platone, che si tratta di una maschera esteriore messa a copertura della ferocia che sostanzia in profondità l’uomo e che deve allora trovare altre vie di espressione. Nascono da qui, ad esempio, le malefiche teorie del complotto, le corporazioni segrete e parallele, le creazioni di nemici pubblici (i diversi) verso cui canalizzare l’odio e così via.

Di questo meccanismo – di cui per altro non mancano esemplificazioni nella cronaca quotidiana, politica e non – offre un’interessante rappresentazione la vicenda narrata da imagesSimenon in Il piccolo libraio di Archangelsk (Adelphi, 172 pp.)

La storia è ambientata in un piccolo paese della provincia del Berry. Jonas Milik è un libraio di origini russe e cittadino francese che gestisce il suo negozio che affaccia sulla Place du Vieux-Marché, come le molte altre botteghe che

addossate l’una all’altra, contornavano il mercato, coperto da una tettoia di ardesia e circondato da un canale di scolo ingombro di gabbie vuote e cassette sfondate, arance marce e segatura calpestata.

La piazza è il centro del paese, fervente di attività nei tre giorni della settimana in cui si tiene il mercato, preda dei giochi dei bambini e delle chiacchiere degli adulti negli altri, silenziosa e quasi sospesa nelle ore notturne.

Place du Vieux-Marché, così rumorosa al mattino, la sera diventava molto tranquilla: tutt’al più passava qualche macchina in rue de Bourges, a oltre cento metri di distanza, e di tanto in tanto una madre chiamava dall’uscio i figli che si attardavano sotto la grande tettoia d’ardesia.

In un simile microcosmo tutti si conoscono, si salutano chiamandosi per nome e dandosi del tu, anche se

Jonas non aveva mai capito perché Le Bouc e gli altri della piazza gli dessero del lei, quando tra loro usavano pressoché tutti il tu e il nome di battesimo. Non lo chiamavano neanche Milk, però, come se non fosse il suo cognome, e nemmeno «signor Milk», ma quasi sempre «signor Jonas».

C’è un’insuperabile diversità a dividere il libraio dagli altri abitanti della piazza, un’estraneità di fondo che emergerà in modo formidabile nel corso del racconto. Il quale vive di un doppio mistero: da un lato la scomparsa della moglie di Jonas – Gina Palestri, di diciotto anni più giovane, che abbandona casa portandosi dietro i francobolli più preziosi di Jonas; dall’altro la bugia che Jonas, immotivatamente, inizia a raccontare a chiunque gli chieda della moglie – è andata a Bourges.

Mentre i giorni passano lentissimi, scanditi dai pensieri di Jonas, dai suoi dubbi, dalla sua maniacale decisione di mantenere le abitudini consuete come se non fosse successo alcunché e da una assenza di fatti pari solo alla scarsità di introiti che Jonas ricava dal suo lavoro, nell’ombra ogni compaesano inizia a farsi la propria idea su quel fatto ormai sulla bocca di tutti; e in breve le idee coincidono, le voci si uniscono e si fanno tutte eco di un’unica opinione, chiarissima eppure silenziosa, nascosta dietro un silenzio atterrente.

Ne fu ferito ancor più che spaventato. Erano ingiusti nei suoi confronti, e lui non lo meritava. […] Perché il loro silenzio era ostile, su questo non c’erano dubbi. Avrebbe preferito ingiurie e fischi. Gli sarebbe toccato invece, sopportare quel silenzio per parecchi giorni, durante i quali visse come in un mondo a parte.

Fino a che, solo coi suoi pensieri, coi francobolli rimasti a raccontare storie e biografie che nessuno vuole ascoltare, coi libri che nessuno chiede più in lettura, questo piccolo uomo d’altrove (così appunto recita il titolo originale: Le petit homme d’Archangelsk) sembra accogliere una modesta e ineludibile verità:

Ora aveva aperto gli occhi, e certi particolari ai quali non aveva dato importanza gli ritornavano alla memoria. Si rendeva conto, finalmente, di essere uno straniero, un ebreo, un solitario, un uomo venuto dall’altro capo del mondo per annidarsi come un parassita nella carne del Vieux-Marché.

È contro tale parassita che i popolani si coalizzano, tacitamente, senza strilli, subdolamente, irritati dall’umiltà e dai segreti di un uomo sempre silenzioso, mansueto, distante dietro le spesse lenti dei suoi occhiali, addirittura perverso secondo la moglie. Al di sotto della facciata di ossequiosa cordialità, il vero uomo mostra la sua natura aggressiva e attacca chi ha attentato alla salute della comunità.

Appoggiati al bancone del piccolo caffè di Fernand, quasi tutto a vetrate, all’angolo dell’impasse des Trois-Rois, c’erano cinque o sei clienti. In quel momento non era importante chi fossero, ma lo sarebbe diventato in seguito, e Jonas Milk si sarebbe sforzato di collocare ogni volto al suo posto.

È a questa implicita promessa, che leggiamo nelle prime righe del romanzo, che Jonas tiene fede fino alla fine e in osservanza a quanto ha sempre fatto in vita, con riguardo ai francobolli e ai libri e fino a che anche l’ultimo volto, quello di Gina, non trova la sua definitiva collocazione.

 

Alcuni spunti li ho tratti dalla lettura di Mario Vegetti, Quindici lezioni su Platone, Einaudi

Georges Simenon, Il caso Saint-Fiacre

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“Vi informo che nella chiesa di Saint-Fiacre, durante la prima messa del giorno dei Morti, sarà commesso un delitto”. È questo il testo di un biglietto recapitato al dipartimento di polizia di Parigi, nell’indifferenza quasi generale ma che suscita l’interesse di Maigret, il quale decide di occuparsene partendo per il piccolo paesino perso nella campagna francese e paese natale del commissario.

Più che il delitto, per altro di inconsueta dinamica, è il luogo il protagonista principale del romanzo, sdoppiato pagina dopo pagina tra quello vivo nel ricordo di Maigret e quello, affatto diverso, della realtà (mai avrebbe immaginato di ritrovare il paese dov’era nato in simili condizioni). Questa continua alternanza tra le sensazioni presenti e in qualche modo stranianti e i contenuti depositati nella memoria hanno l’effetto di indebolire l’acume investigativo di Maigret e metterlo piano piano in disparte, fin quasi a farlo scomparire dalla scena, incapace probabilmente di fare i conti con la mutevolezza delle cose, addirittura con la loro sgradevole decomposizione. A fronte di questo, il cadavere della contessa rimane deposto, immobile, non vegliato (non si usa più), incapace di dare interesse, come un simbolo volto a ricordare che se qualcosa non muta non ha vita.

Non che si facesse illusioni sugli uomini. Ma non poteva sopportare che infangassero i suoi ricordi d’infanzia! Soprattutto la contessa, che gli era sempre apparsa nobile e bella come il personaggio di un libro illustrato.

Da questa pastoia Maigret non riesce a uscire, tanto che occorrerà una sorta di nemesi per far procedere la trama e risolvere il delitto. Che tale per Maigret non è, nella misura in cui si configura piuttosto come un caso di coscienza, un nodo personale che va sciolto e per il quale prova una fatica fisica inusitata:

Stranamente Maigret aveva sonno. Si sentiva sfinito, come se avesse compiuto uno sforzo eccezionale. E non certo perché si era alzato alle cinque e mezzo del mattino o perché aveva freddo. Era l’atmosfera a opprimerlo. Il dramma lo aveva colpito personalmente, e si sentiva pieno di disgusto. […] Maigret si sentiva stremato, fisicamente e moralmente: quel caso lo stancava più di dieci inchieste normali.

La questione di fondo è da ricercare in una desolante dissoluzione morale che ha colpito il luogo, le  persone (anche il piccolo chierichetto Ernest, nel quale Maigret si rivede bambino), l’aria, e contro la quale le armi solite del commissario sembrano non avere potere. Il commissario gira, perlustra i luoghi, ci permette di formarci una loro geografia precisissima che riguarda le strade e grazie ad esse la canonica, la chiesa, la locanda, la drogheria fino al castello, che domina con la sua ingombrante e pur decaduta austerità. Eppure è un movimento sbaragliato, inane, sottoposto al caso e all’emozione; assieme alla sua logica consueta e alla sua presenza infallibile, anche la giustizia manca il bersaglio.

«Lei mi scuserà, signor parroco, e anche lei, dottore, se vi faccio assistere a questo spettacolo immondo… Ma lo abbiamo già detto: la giustizia vera, quella dei tribunali, qui non c’entra… Non è vero, Maigret?»

C’è forse qualcosa di più immondo e di più ingiusto della violazione dei nostri ricordi?