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E’ vero: occhio non vede, cuore non duole. O meglio, era vero. Oggidì non vale più. Come pensare che l’occhio non veda, in quest’età in cui niente sfugge all’occhio, umano o meccanico che sia? E quindi il cuore duole, e , dolendo, fa rumore. E’ un continuo borbottio, una lamentela sorda, una sorta di catenaccio dell’anima che non si disserra e tiene legata, quasi immobile, ogni altra facoltà. E’ il rumore di fondo della nostra società, rancoroso, continuo, persistente, incancellabile. Affolla i banconi dei bar, ogni studio televisivo, i rotocalchi, gli uffici, i confessionali; esce persino da sotto al casco asciugacapelli delle parrucchiere, dallo sfigmomanometro del dottore che, se non è avvezzo, lo confonde per un rantolo e manda il paziente a fare visite più approfondite.

Di cosa si duole, soprattutto? Dell’altrui fortuna, ricchezza o buona sorte che sia. E questo dolore che avvelena, questo stato d’animo penoso prende il nome di invidia; e mentre guardiamo i nostri simili, siamo tutti come il bambino ricordato da Sant’Agostino, lividi e col volto amareggiato. Ma come ebbe a ricordare Dante in merito agli invidiosi, vecchia fama nel mondo li chiama orbi. Dante e la saggezza popolare cui vuol riferirsi ci ricordano come alla base dell’invidia ci sia uno sguardo distorto, un veder male (in-videre), di traverso, verrebbe da dire. Da qui il malocchio, cioè la sfortuna di cui ci si crede vittime e che si vorrebbe gettare addoso agli altri. Se non fosse sfortuna, come potrebbe essere che gli altri riescano più e meglio di noi? Giotto ne dà perfetta raffigurazione (l’affresco è visibile nella Cappella degli Scrovegni, a Padova, ed appartiene alla serie dei vizi e delle virtù), facendo uscire dalla bocca della figura allegorica un serpente che si ritorce contro di lei e le punta con la lingua biforcuta gli occhi, mentre ella tiene nella mano sinistra un sacco – gli averi, la roba – e tende l’altro braccio in avanti, quasi volesse prendere ancora qualcosa. Sotto, le fiamme vive ardono. Figura apparentemente femminile e sicuramente diabolica, dunque, come corroborato dalle corna caprine. Giotto pensa alla roba, come se l’invidia fosse essenzialmente invidia di oggetti. E’ forse sempre Dante che si avvicina di più all’essenza dell’invidia, facendo dire al ravennate Guido Del Duca (Purgatorio XIV, 82-84): Fu il sangue mio d’invidia sì riarso / che se veduto avesse uomo farsi lieto, / visto m’avresti di livore sparso. L’invidioso, come ci ha insegnato secoli dopo Lacan, mal sopporta lo sguardo lieto e soddisfatto dell’altro. Non desidera ciò che l’altro ha, ma il suo averlo. Niente può saziare l’invidioso perchè solo di niente potrebbe saziarsi l’invidia.

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