E’ di poco tempo fa la notizia (anzi, video notizia, visto che è stata diffusa tramite un video su youtube dall’interessato) che a breve uscirà il nuovo disco di Francesco Guccini (dovrebbe essere il 21 novembre), registrato al mulino di Chicon, residenza del bisnonno del cantautore ed oggi restaurato e trasformato in Bed & Breakfast (www.mulinodichicon.it). Guccini è stato il primo cantautore italiano al quale mi sia accostato seriamente, il primo che mi abbia subito coinvolto, il primo le cui canzoni abbiano preso cittadinanza nella mia testa, in aeternum. Me l’ha fatto conoscere un amico, in modo facile come spesso accade(va) nell’adolescenza. Mi prestò una musicassetta, chiedendomi se ero credente, perchè una delle canzoni non era, come dire?, un salmo di lode. Il disco era Parnassius Guccinii e la canzone Nostra signora dell’ipocrisia. Il tempo e l’ascolto avrebbe insegnato che in realtà l’attacco era rivolto alla televisione come mezzo alienante di comunicazione e al suo araldo, allora come oggi, Silvio Berlusconi.

Da allora Guccini mi ha accompagnato come un amico e mi ha educato come un maestro. E’ l’unico cantante del quale io abbia visto più di un concerto. Io non amo i concerti. E ogni volta capita che gli chiedano una canzone in particolare. Guccini è abbastanza ripetitivo nelle scalette e come chiude sempre con La locomotiva, così non fa mai questa canzone che gli chiedono e che è L’avvelenata. L’avvelenata, come il titolo fa intendere, è un brano acido, incazzato, uno sfogo nel quale Guccini ne ha per tutti, compreso quel povero critico di Riccardo Bertoncelli che a 23 anni aveva recensito, sulla rivista GONG, Stanze di vita quotidiana in termini affatto positivi: “Guccini se ne esce fuori con un disco all’anno, ma si vede che ormai non ha più niente da dire”. L’avvelenata è anche una risposta a Bertoncelli (di cui si può ascoltare la storia della recensione qui: http://www.youtube.com/watch?v=rQZWFd9Qn_M), ma non si esaurisce in questo. Nè interessa ad alcuno degli spettatori che la chiedono con insistenza ai concerti di Bertoncelli e della recensione galeotta. La canzone piace per due motivi: è un capolavoro, come altre di Guccini; ma soprattutto è un inno allo stare soli (non alla solitudine, si badi). Un inno di gioia alla capacità e alla possibilità di far stare fuori gli altri ed il resto, in un ritratto che assume sempre più i contorni dell’utopia in un mondo come il nostro in cui tutti sembriamo essere sotto osservazione, giudicati quando ci va bene, taggati e postati quando ci va male. E se questo è il trend e se la via dell’eremitaggio è tortuosa e difficile da scegliere, davvero l’unica reazione rimane questa:

Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete,
un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate! 
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