Si diceva di Guccini…Nel ’70 uscì il suo terzo album, L’isola non trovata, disco bellissimo e composito, ricco di suggestioni e rifrimenti letterari. Uno di questi, veramente forte, è proprio la canzone che dà anche il titolo all’album. Guccini si rifà ad un poeta italiano nato nel 1883, ad Aglié Canavese, in provincia di Torino: Guido Gozzano. Un poeta che in molti manuali di letteratura troviamo inserito in quel movimento poetico-letterario definito Crepuscolarismo, dopo che il critico Giovanni Antonio Borgese ebbe coniato il termine “crepuscolare” per suggellare l’uscita del volume di poesie di Marino Moretti Poesie scritte col lapis (1910). Gozzano, a dire il vero, ha troppi livelli di lettura per poter abitare a proprio agio in una definizione così svelta. Le poesie di Gozzano sono state spesso travisate, lette e considerate “facili” per via di quell’innegabile ritmo da filastrocca che in molti casi ne cadenza la lettura. Eppure i temi trattati, le innovazioni stilistiche, la forza immaginifica fanno di Gozzano uno dei grandi del Novecento e certo più di una spanna sopra ai suoi, presunti, affiliati crepuscolari, come Moretti, come Nino Oxilia, come Sergio Corazzini, come Corrado Govoni etc.

Di Gozzano rimarrà certo l’acredine nei confronti di D’Annunzio e, in filigrana, del poeta inteso come vate, ben in anticipo rispetto a Montale anche se con una declinazione meno filosofica; e rimarrà anche lo scavo sconsolato nei confronti del proprio ruolo di letterato eccentrico, fuori contesto ed incapace di definire i contorni della propria identità autoriale. Se non in negativo, se non con una disperata rinuncia allo status di poeta, quasi uno stigma degradante:

meglio andare sferzati dal bisogno, / ma vivere di vita! Io mi vergogno, / sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Così si consumava questa cosa vivente detta GuidoGozzano, avversando ogni ipotesi superoministica (con il suo stile, non certo apertamente contrastando, ma facendo rimare Nietzsche e camicie), deridendo l’abitudine della stanca borghesia di affastellare ciarpame e suppellettili, quadri e ninnoli, mobilia e tessuti senza un’idea estetica che sottendesse quelle scelte (le buone cose di pessimo gusto) e ogni giorno patteggiando con l’ansia di trovare spazio per una vita attiva, febbrile, vissuta e la condanna alla penna, alla rima. capace anche e tuttavia dell’ultimo epitaffio: E vive. Un giorno è nato. Un giorno morirà.

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