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cestino 
Che cos’è un esordio? Me lo dice Aristotele (Retorica, libro III), al quale torno ciclicamente e piacevolmente, come si torna a chi ha in testa chiare le cose.
“L’esordio è l’inizio del discorso, quel che sono il prologo in poesia e il preludio nel flauto: tutti questi sono degli inizi, l’inaugurazione della strada, per così dire, per chi procede”.
Un inizio, dunque, ma soprattutto un’inaugurazione. Termine denso di significati che si porta dietro una forte connotazione religiosa, legato com’è alla sacralità o, precisamente, alla consacrazione. Esordire è inaugurare una strada, dice Aristotele, ed inaugurare è prendere gli auguri nel dare cominciamento ad un’attività o apertura ad una struttura. E’ presente un po’ ovunque anche come festività autonoma (ἐγκαίνια, in Grecia; Channukkah in Israele), mentre nell’antica Roma l’inaugurazione consisteva in alcuni riti praticati da specifici sacerdoti (gli auguri) per trasformare uno spazio in templum, luogo istituito per leggere i segni degli dei.
Questo per dire che l’esordio, così come lo intendeva Aristotele, seppur declinato in termini di strutturazione letteraria, non era cosa da poco. Aveva in mente, lo Stagirita, anche il ruolo svolto dall’esordio nelle pratiche oratorie, ruolo chiave perchè attraverso di esso l’oratore riusciva ad accattivarsi l’attenzione del pubblico. Greci e Romani non lasciavano, sotto questo aspetto, alcunché al caso ed è noto come parte della loro – a volte, onestamente, pedissequa – efficienza sia stata studiata ed utilizzata da politici e pubblicitari (generi che a volte, purtroppo, convogliano in una persona sola) cronologicamente a noi molto prossimi.
 
Il detto popolare vuole che non si abbia mai una seconda occasione di fare la prima impressione. Nel nostro caso, significa che non si potrà mai più – in un determinato contesto – esordire.
Non inizierò mai più questa mia orazione. Non scriverò mai più il mio primo libro. Ed è questo l’argomento del post, a cui tutto il pistolotto precedente fa da esordio.
Sto leggendo un romanzo (o racconto lungo, se si preferisce) appena uscito in libreria e che segna l’esordio di un giovanissimo concittadino. Un’amica, che lavora in una libreria in città mi ha detto: “ne parlano benissimo”.
Per parte mia, ho conosciuto l’editore e ne ho l’idea di un professionista attento e scrupoloso, anche se a tratti molto pieno di sè. Ci sono commenti, in rete, che si sprecano in paragoni letterari anche importanti (Dumas padre, per dire). D’altra parte, in Italia, sembra vigere una legge in virtù della quale per essere qualcuno devi assomigliare a qualcun altro.
Io credo, per quanto detto sopra e per mia esperienza, che il compito precipuo di un editore (certo, assieme all’editing e alla promozione) sia quello di non pubblicare il primo romanzo di uno scrittore il quale, per parte sua, in quanto tale, non vede l’ora di essere pubblicato e non sa (più) leggere criticamente. Tanto ci sarà sempre qualcuno che si prenderà la briga, un giorno, se sarà diventato famoso, di aprire cassetti e spulciare diari, blog, profili e mandare tutto in stampa con copertina rigida. Non anticipiamo i tempi.
Disse una volta qualcuno che tutti noi avremmo un romanzo da scrivere: la nostra vita.
La quale è bella, bellissima, perchè inedita.
 

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