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Contrafforte
[con-traf-fòr-te] ant. contraforte
s.m. (pl. -ti)

E’ un termine architettonico, in uso dal XIII secolo. E’ una struttura che rinforza e sostiene il peso di travi, archi, volte. Il termine nasce, molto semplicemente, dall’unione di contra e forte.

Il contrafforte si utilizzava già in ambiente romano e bizantino, all’interno del muro, con praticità.vetrata chartres Poi, in epoca romanica, era costruito come un ispessimento del muro in corrispondenza dei costoloni delle volte, con semplicità e grossezza.
Il contrafforte fu soprattutto gotico, quando unì alla sua utilità una forte componente estetica. Le chiese gotiche sono, volendo esagerare, una successione di contrafforti. In questo modo o come effetto, le pareti rimangono libere e possono essere bucate e riempite da quelle meravigliose vetrate che tanto ci allietano a Chartres o a Saint-Denis, per esempio.

contraffortes

Le chiese gotiche sono leggere se confrontate con quelle romaniche; esternamente sembrano spinte su e dentro sono luminosissime.

Per i cristiani, la luce è luce divina, e le vetrate rappresentano la madonna, che brilla di quella luce riflessa. I contrafforti, allora, lasciano libertà a quella leggerezza di esistere, a questa luce di passare; per l’architetto gotico, dio, attraverso maria, arriva al fedele, che si erge dalla sofferenza della croce, alla gioia della luce.

Il contrafforte sostiene, si diceva, e si carica addosso il peso. Così lascia esistere la luce. Perchè l’amore passi c’è bisogno di un rinforzo. L’incontro con l’altro non è facile. Se decidiamo di far passare quella luce, se ci apriamo alle sfumature che la luce, passandoci attraverso, assume, noi come l’architetto gotico avremo bisogno di un sostegno pena la conflagrazione. Il rinforzo serve perchè l’altro ci arriva filtrato da ciò che siamo, da ciò che siamo stati; col suo arrivo rieccheggiano parole e suoni dimenticati, antichissimi, tramandati. Riverberano tinte luminose e fosche. Vibrano le fibre del corpo a spasmi a volte incomprensibili, e non senza che il dolore abbia la sua parte assieme alla gioia. L’io è l’altro in modi imprevedbili che nelle cose dell’amore si esprimono in massimo grado. Soltanto nell’amore, tuttavia, ci assumiamo la responsabilità dell’altro e, così, di noi stessi. Qui sta anche il senso ultimo dell’esortazione di Agostino, valida anche per chi non crede:

Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene. [omelia 7, 20 aprile 407]

Il peso di questa responsabilità, da accettare e proteggere, mi fa tremare ed insieme gioire,
Non so dire meglio di così, non dobbiamo aver paura di amare, e non dobbiamo aver amore della paura.

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