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Rischio [rì-schio] ant. risco s.m. (pl. -schi)

Quando Dostoevskij scrisse Il giocatore scrisse di se stesso. Il romanzo venne consegnato in forma manoscritta al distretto di polizia  del quartiere dove abitava l’editore Stellovskij da parte di Anna Grigorievna Snitikina, allora stenografa del romanziere e che sarebbe divenuta, in seguito, moglie dello stesso. Anna dunque sapeva.

imagesCAPM1QLFDostoevskij contrappone nelle pagine del romanzo l’indole dissipatoria russa, propria della cultura contadina dei suoi compatrioti, alla natura logica e razionale dell’uomo tedesco e, metonimicamente, dell’Europa dell’Ovest, culla del capitalismo, weberiana e calvinista. Ivànovic, il protagonista, ai nostri giorni verrebbe descritto dalla nosografia come un dipendente dal gioco. Nel romanzo appare più moralisticamente l’accezione di vizioso.

Egli non può non giocare, quali che siano le motivazioni che si dà. Così come egli non può non amare Polina, arrivando per aiutarla a giocare forti somme. Eppure, all’ultimo, quando la redenzione è a portata di mano, quando assieme a questa anche la verità di Polina viene raccontata a Ivànovic da Mr Astley, il nostro sceglie di continuare per la sua strada. Nessuna redenzione. E’ sintomatico che sia un inglese a scoprire ad Ivànovic i sentimenti che Polina, da sempre, nutriva per lui e a fornirgli del denaro per la possibile sua conversione. Tra Russia ed Europa continentale, sembra che amore e denaro passino per le mani della corona, puritana ed industriale, scismatica ed imperialista.

Il rischio, lungi dall’essere connesso solo con il danno, come vorrebbero i dizionari, vive di una trama ben più complessa. Sta lì, incerto, tra la mente e il cuore, tra la disposizone soppesante del saggio, che vede ed abbraccia con gli occhi le indefinite possibilità dell’orizzonte, e quella sacrificale ed indomita del valoroso, del cuor-di-leone, del braveheart. Il rischio è proprio lì, maledetto lui e la sua progenie, in quella terra di mezzo; per questo a volte un grido muore in gola, una parola si tace, un sospiro si mozza. Per questo a volte agiamo senza freni, le mani toccano, la bocca bacia, il piede calcia. Ed in questo andirivieni, in questo capofitto, in questi testa-coda snervanti, ci verrebbe da far visitare lo stomaco ad un entomologo.

Il rischio è incerto sul da farsi, ed incerto è il suo etimo. Mille lingue se lo contendono, nessuna lo possiede perchè ci vuole coraggio ad assumersi la responsabilità di un termine senza termini, ma che ha a che fare col mare, con lo scoglio, con l’onda che si frange, si taglia. L’infinita declinazione delle cose dell’amore è la negativa dell’indefinita coerenza del caso che si presenta al giocatore. L’amore vive tra la sapienza e l’ignoranza di sè, dell’altro, dell’altro che è in sè. Ivànovic è chiamato ad una conversione, ad una scelta: egli è Ulisse, che dipartito da Circe decide se muoversi verso Occidente (come gli fa fare Dante), o tornare verso Oriente (come volle Omero). In ogni caso, colmare questo scarto, osare, è il necessario battito di ciglia del cuore.

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