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Contaminazione [con-ta-mi-na-zió-ne] s.f. (pl. -ni)

Io sono al terzo cerchio, de la piova / etterna, maladetta, fredda e greve scrive Dante al principio del VI canto dell’Inferno. Ha appena abbandonato Paolo e Francesca e la loro pietosa storia (Al tornar de la mente, che si chiuse / dinanzi a la pietà d’i due cognati, /che di trestizia tutto mi confuse) e si appresta ad occuparsi di novi tormenti e novi tormentati.

Dopo la confessione da parte di Francesca dell’episodio d’amore fedifrago che Dante renderà famosissimo, direi emblematico, nella storia letteraria, tocca al tricipite Cerbero latrare contro i condannati del terzo cerchio, uguali loro ed il loro custode (Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, e si racqueta poi che ‘l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna), avidamente golosi. E’ il canto di Ciacco, della sua profezia su Firenze e sul destino dei cittadini, e sugli scontri tra Bianchi e Neri. Su di lui e su tutti s’accaniscono il cane Cerbero e la pioggia greve.

Greve è esempio speciale di contaminazione linguistica, formato com’è da due termini latini che sono, addirittura, l’uno il contrario dell’altro. Gravis, e e levis, e; pesante e lieve formano questa parola, anche se poi nel significato è prevalso il senso di pesantezza, di dolore, di volgarità anche.

Così vanno le cose nel mondo. Ci si contamina e qualcosa prevale su qualcos’altro. Senza per forza sporcare, come vorrebbe l’etimologia proposta (cum tamino). Lo sporco degrada, modifica in peggio aspetto e utilizzo.

Massimo Recalcati scrive:

L’incontro d’amore non è dell’ordine dell’illusione; è piuttosto ciò che fa cadere l’illusione del bastare a se stessi, del narcisismo dell’Io e del suo sogno di indipendenza. Più che rafforzare l’immagine narcisistica dell’Io, la mette sottosopra, la scompagina, la rinnova, le impone di incontrare il proprio limite. L’incontro d’amore non avalla la nostra identità ma la turba, la obbliga a contaminarsi, a cedere su se stessa. Implica un indebolimento dell’Io, una perdita di controllo, uno smarrimento, il rischio dell’esposizione assoluta all’incognita del desiderio dell’Altro[1].

ImmagineL’amore ci esautora. E ci contamina. Non esiste più, dopo quell’incontro, la possibilità della purezza, dell’identità. La contaminazione non è un contagio e perché vi sia occorrono frontiere, appartenenze, tradizioni. Non da difendere a brutto muso, non da elevare con idolatrie carnevalesche. Da comprendere come ospiti degli ospiti che siamo, in questo passaggio meraviglioso che è l’esistenza.


[1] Massimo Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, Cortina, Milano 2014, pp. 48-49

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