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Còsa [cò-sa] s. f. (pl. -e ) [lat. causa «causa», che ha sostituito il lat. class. res].

Nella memoria si depositano “cose”. In un modo o nell’altro, sono cose dell’amore. Si possono definire inscrizioni.

Da quando lo lessi per la prima volta nella mia memoria si è inscritto questo verso di Montale: Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale. Ho sempre pensato che qui, in questa cosa che Montale dice, stesse il segreto dell’amore. Che il poeta conosca il segreto dell’amore, le cose dell’amore, è stato sempre per me del tutto evidente. Nel suo nome sta l’invenzione, la creazione, la composizione.

Eppure le cose del mondo, gli oggetti, nel nostro dirli, nominarli, perdono un po’ del loro mistero a favore di una aggiunta di conoscenza (è Adamo a nominare gli animali, tra i quali è inoperante il processo simbolico). Questa nominazione è ciò genera l’oggetto, la cosa (die Sache). Affinché questo avvenga, qualcos’altro (il mistero, il segreto) si perde e da lì rimarrà per sempre altrove: un pas pi in là de quel che mai se podaràe dirse, far nostro[1], come splendidamente indica Zanzotto.

Dire “La cosa è la parola della cosa” non aiuta. Funziona un po’ meglio se scriviamo, come dev’essere, “La cosa è la parola della Cosa”. Ma non basta, perché in italiano non riusciamo a dire, così succintamente, la peculiarità di cosa e Cosa, come in tedesco (die Sache ist das Wort des Dinges). Il linguaggio tedesco, d’altra parte, ha elaborato ed espresso la maggior parte delle idee guida del nostro tempo.

Hegel parla di questa differenza nella Fenomenologia dello Spirito, testo seminale. Das Ding è cosa della certezza sensibile. Die Sache è cosa che ha il suo valore tramite l’autocoscienza.

Hegel, passato attraverso l’elaborazione di Alexandre Kojève, arriva a Lacan, il quale nel 1959 dice le parole che ho scritto sopra: die Sache ist das Wort des Dinges[2]. Quello che gli preme è, diciamo, spiegare se quando Freud parla di principio di realtà si riferisce a “quello che rappresenterebbe i successi di un organismo di fronte a un mondo di cui ha certo di che nutrirsi, di cui può assimilare a sé alcuni elementi, ma che in linea di principio è caotico, fatto di casi, di incontri”[3].

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

 E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

 Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

 Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

 Le coincidenze, le prenotazioni,

 le trappole, gli scorni di chi crede

 che la realtà sia quella che si vede.

 Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

 Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

 Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

 Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

 erano le tue.

van gogh_i carceratiTutti gli incontri portano la traccia di un incontro, unico e fortunato, per sempre perduto. Ogni nostro incontro ripropone la poetica del grido. Ripropone, inevitabilmente, la dinamica dell’appello a cui seguono risposte che possono assumere i contorni del rifiuto. Freud parlava di complesso del Nebenmensch, dell’Altro che è accanto e che è simile. L’Altro a cui, come Montale a Drusilla, stiamo vicini e diamo il braccio. L’altro verso cui ci muoviamo per wiederfinden, per ri-trovare qualcosa che non vediamo (le inoperanti pupille di Montale) per essere traguardati (quelle offuscate di Drusilla). In vista del bene.

L’amore si dice in molte cose (Die Sachen). Se leggiamo la nostra storia e la nostra genealogia, troviamo che tutto muovono in una unica direzione, tutte hanno un unico senso (das Ding).


[1] Andre Zanzotto, Filò, in Id., Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2011

[2] Jacques Lacan, Il seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi 1959-1960, Einaudi, Torino 2008, p. 74

[3] Ibid., 56

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