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Seduzióne [se-du-zió-ne]ant. soduzióne o sodduzióne s. f. (pl. -ni)

«Mi vedrai presto, per fortificare la tua pietà con l’orrore di un cadavere e la mia morte, ben più eloquente di me, ti dirà che cosa si ama quando si ama un uomo» (Abelardo ad Eloisa)

Sopravvivono due etimologie concorrenti del termine seductio –nis; l’una, vagamente evangelica, propone secum ducere, condurre a sè; è un’etimologia propriamente errata, ma che va considerata perché presente ed operante; l’altra, non meno imbrigliata da considerazioni etiche, parla di un se(d) ducere nel senso di un togliere, separare dalla propria strada e far deviare lungo il cammino. E’ un termine che aveva inizialmente una connotazione neutra, ma che venne investito in ambito ecclesiastico di un senso negativo, che vede nello sviamento un allontanamento da quella che si considera la retta via. Notoriamente, la Divina Commedia è il racconto del percorso di salvezza dallo smarrimento di Dante, smarrimento dovuto proprio ad una seduzione terrena, topicamente personificata dalla donna: la donna gentile di Dante in contrasto con la salvifica Beatrice che è a sua volta donna di seduzione, capace di far compiere al poeta una nuova, stavolta positiva, deviazione dal cammino intrapreso.

Giovanni di Salysbury, che fu discepolo proprio di Abelardo, disse:

La logica da sola rimane esangue e sterile; essa non porta nessun frutto di pensiero se non concepisce al di là delle parole.

John William Waterhouse: Mermaid (1901)

La seduzione è una comunicazione fertile che sta al di là delle parole. Le Sirene seducono col canto, la Sfinge, Pizia, le Sibille confondono con le parole; al di là delle parole, ma presso alla Cosa, la seduzione non è pantomima di se stessa, non è mai concessione retorica, posa, meccanismo, maniera. La seduzione di cui parlo non può essere arte, tecnica, è distante anni luce da quell’insieme di algidi precetti che finiscono in sedicenti manuali di seduzione.

Secondo Omero:

«Afrodite, che ama il sorriso (…)

sciolse dal petto la fascia

ricamata, a vivi colori, dove

stanno tutti gli incanti; lì v’è

l’amore e il desiderio e l’incontro,

la seduzione, che ruba il senno ai

saggi»[1]

La seduzione esorbita dall’assennatezza, dalla saggezza. E’ un evento e come tale ac-cade, cade addosso. Non c’è una premeditazione, però c’è dolo, nel senso di illusione. Illusione e seduzione sono legate a doppia mandata. E poiché l’illusione è costitutiva dell’essere umano – direi che senza l’una non ci sarebbe l’altro, in qualche modo anche la seduzione lo è. E non c’è seduzone senza distanza.

Certo, la retta via è sicura, tranquillizzante, non ha imprevisti, la si può seguire con l’occhio fino all’orizzonte, ma due persone che procedano parallele su una loro retta non si incontrano mai, o, come insegna la geometria, solo all’infinito… Un modo per incontrarsi è deviare dalla propria retta o far deviare l’altro, dunque essere sedotti o sedurre[2].

Sono le lontananze terrene che permettono la seduzione, la deviazione, l’avvicinamento, il ritrovarsi (wiederfinden, ancora). Su un piano diverso, retorico dicevo prima, sta il seduttore, il Don Giovanni, che scambia la seduzione  con l’accumulazione, nel tentativo non già di ritrovare qualcosa di mai conosciuto, ma di ripristinare ciò che non esiste nel mondo delle cose. E’ la seduzione cattiva, quella cui fa riferimento Recalcati parlando di dittatura del Nuovo come ennesima forma del discorso del capitalista.

Direi che adesso rileggere quella frase di Abelardo porta qualcosa di nuovo ai nostri pensieri. L’urgenza contemporanea del corpo, di un corpo modellato, de-costruito, ristrutturato, soddisfatto e annientato, esaltato ed innalzato come luogo di godimento, lo riduce non già a luogo di scoperta, ma a vuoto ricettaccolo, a quel niente che l’uomo è se l’uomo è solo il suo cadavere, il suo soma, il suo portarsi addosso.

La seduzione, oltre Omero ed oltre il triste disincanto di Abelardo, porta con sè un altro tipo di saggezza, quella che canta Don Alfonso nel finale di Così fan tutte:

V’ingannai, ma fu l’inganno

Disinganno ai vostri amanti

Che più saggi ormai saranno

Che faran quel ch’io vorrò 

Freud darà un nome e volto nuovi a quell’Io che vuole la saggezza e l’azione del soggetto.

 

[1] Omero, Iliade, XIV, vv. 211-217

[2] Anteo Saraval (a cura di), La seduzione. Saggi psicoanalitici, Raffaello Cortina, Milano 1989

 

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