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Catastrofe [ca-tà-stro-fe] s.f. (pl. -fi)

Mi sembrava che non si potesse chiedere di più dal destino,

che ora sarebbe stato necessario prendere su,

sospirare per l’ultima volta, e morire

Turgeneev, Primo amore

Dire, assieme ai dizionari, di una katastrophé che è un disastro è catastrofico, nel vero senso della parola, che è invece quello di “capovolgimento”. D’altronde, lo vediamo ormai da qualche giorno, i significati delle parole seguono vie personalissime, si appiattiscono sull’uso dei parlanti, sempre più povero, sempre meno interessato alla polisemia e, banalmente, sempre più dedito all’utilizzo di passepartout linguistici da dire sempre, in ogni circostanza, come la montalianaformula che mondi possa aprire. Sempre più affascinato, infine, dalla connotazione enfatica e scandalistica dei termini.

In realtà la catastrofe è portatrice di senso. E’ grazie ad una catastrofe che il “caos” diviene “ordine”, cosmo. Anche se di ordine momentaneo si tratta, sempre aperto al sopraggiungere di una nuova peripezia, di una ulteriore riconfigurazione.

Non è per niente che il termine venga usato in ambito matematico/geometrico, nello studio delle forme. René Thom elaborò una “Teoria delle catastrofi” a metà del XX secolo nella quale affronta il tema della genesi e della stabile permanenza delle forme naturali. Il bordo, il confine è il luogo della catastrofe, perchè è il territorio della lotta tra le forze in campo.

Uno dei più famosi frammenti di Eraclito rimastici dice:

Polemos di tutte le cose è padre, di tutto poi è re[1]

EccRubens_Eraclitoo il nocciolo del senso di catastrofe, ecco lo spazio sul quale il termine catastrofe getta luce. Il conflitto è padre delle cose e la catastrofe ci parla della differenza e della differenziazione. E cos’è il differente se non l’Altro?  E cosa fa l’Altro se non far passare da uno stato di equilibrio stabile ad un altro stato di equilibrio stabile? L’Altro ci fa compiere quel Salto in cui ogni catastrofe consiste e che fa dire “non è più come prima”. Si tratta di dissoluzione e ricostruzione.

Tutte le culture – come nota Giorgio de Santillana[2] – mettono all’inizio della propria storia, come incipit della propria mitologia, una età dell’oro, precedente al tempo (se non vi sembra un’affermazione troppo paradossale), precedente all’uomo, precedente al mondo. Una età pacifica, priva di contrasti, immota, simmetrica, equilibrata che un evento (per esempio la seduzione del serpente nella cultura ebraico-cristiana) lacera, dando inizio al mondo, che porterà per sempre con sè la cicatrice di quella lacerazione.

Il mito, insomma, non può che mettere una catastrofe a fondamento del reale e della storia, perchè il reale quotidianamente mostra come propria cifra l’evento imprevisto e sconvolgente che è l’incontro con l’Altro. Che non assume la differenza in forma statica, come giustapposizione di cose e confini; la differenza è polemos, e polemos è differire, essere distanti nello spazio e nel tempo per potersi avvicinare e potersi scontrare-inontrare.

Ad alcuni passi da me, nel praticello, tra cespugli verdi di lampone, c’era una fanciulla alta e slanciata con un vestito striato rosa ed un fazzolettino bianco sulla testa; le si affollavano intorno quattro giovani e lei, a turno, dava loro un colpetto sulla fronte con dei fiorellini grigi dei quali non so il nome ma che sono conosciutissimi dai bambini; […] avrei dato tutto il mondo perché quelle piccole ed adorabili dita colpissero anche la mia fronte. Il fucile mi scivolò sull’erba, dimenticai tutto; divoravo con gli occhi il corpo armonioso, il collo, le belle mani, i capelli biondi un poco arruffati sotto il fazzolettino bianco, gli occhi socchiusi e intelligenti, le ciglia e, sotto di esse, le guance delicate… In quello stesso momento anche la fanciulla si girò… Vidi due enormi occhi grigi su  un viso mobile e vivace – e questo viso di colpo cominciò tutto a tremare, a ridere, vi balenarono dei denti bianchi, le sopracciglia si sollevarono in maniera buffa… arrossii, raccolsi da terra il fucile e, inseguito da una risata squillante ma non cattiva, fuggii nella mia camera, mi gettai sul letto e chiusi il viso tra le mani. Il cuore mi batteva forte; provavo una grande vergogna e una gran gioia: sentivo un’agitazione straordinaria[3].

[1] Eraclito, in G. Colli, La sapienza greca, Adelphi, Milano 1980, fr. 14 [A 19].

[2] Giorgio de Santillana, Fato antico e fato moderno, Adelphi, Milano 1985

[3] Ivan Turgeneev, Primo amore, Sellerio, Palermo 1983

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