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Silenzio [si-lèn-zio]s.m. (pl. -zi)

Se fossimo artigiani dell’ascolto anziché maestri del dire

potremmo  forse promuovere una diversa convivenza degli umani

Gemma Corradi Fiumara

Per noi, oggi, intendo noi Occidentali in questa età, il silenzio è insopportabile. Al più, è un benefit e come tale ci viene concesso e noi lo muse inquietantiaccettiamo con la conasapevolezza che ci potrà venir tolto e con una discreta rassicurazione dal fatto che durerà poco, pochissimo. E così accade. Oppure, per altri o in altri momenti, è una meta, un qualcosa che desideriamo ardentemente nelle peggiori giornate, dopo troppo rumore, chiacchiera, frenesia, clacson e cicalecci continui, querule richieste, notizie ridondanti, salotti mattutini, pomeridiani, serali in cui l’opinione (propria) dev’essere la giaculatoria della (altrui) vita, mandata innanzi quale vessillo del “risolvismo”: parlo io perchè so.

Di tutto.

Sempre.

Da tutto questo, a volte, cerchiamo quindi scampo in un silenzioso buen retiro. Anch’esso temporaneo, anch’esso, in breve, rotto non fosse altro che dall’insana voglia di raccontarlo, postarlo, linkarlo, instagrammarlo.

E questo è paradossale, ma chissà davvero quanto, se consideriamo che alla base di quello che siamo c’è una cultura votata al silenzio, una tradizione in cui la parola è emersa dal silenzio per dare senso. Mi ripeto. E’ dio che fa il mondo dicendolo (a partire da fiat lux ). E’ Adamo che dà il nome alle cose.  E’ nel silenzio che ac-cade la parola di dio ad Abramo, invitandolo all’ennesima prova, il sacrificio di Isacco, suo figlio. In latino tacere e silere sono due termini distinti, e non a caso. Il secondo “dice” un’assenza, la mancanza di parola, ha dunque un senso negativo, privativo. Silere, invece, rimanda più al raccoglimento che precede la parola, che la isola come evento eminentemente umano. Nel 1771, Joseph Dinouart pubblicherà un libello intitolato “L’arte di tacere”, in cui il silenzio viene analizzato come prodromico all’arte di parlare, e quindi in ambito prettamente oratorio.

Non credo serva essere credenti per compredere questo aspetto proprio dell’uomo la cui prerogativa è non solo il linguaggio, ma proprio la possibilità estrema di tacere o restare in silenzio, dimensioni che non si avvolorano soltanto nella declinazione della preghiera od in quella della contemplazione divina, ma spaziano in tutti i campi dell’agire (in senso lato) umano. Cos’era la bellezza, secondo Winckelmann se non edle Einfalt und stille Größe (una nobile semplicità e una tranquilla silenziosa grandezza)?

Se guardiamo alla tradizione filosofica Heidegger ha proposto una lucida analisi della contemporaneità attraverso la chiave interpretativa della pubblicità, della dispersione quotidiana del -si, dunque della chiacchiera. Parlando di questo –si, Heidegger mette in luce il carattere di medietà proprio della dimensione pubblica e della dittatura che questo CHI impone al Soggetto, che diviene un uno interscambiabile con un (ogni) altro, portando al livellamento di ogni originalità e di ogni possibilità dell’essere. La conclusione cui perviene Heidegger è paradigmatica.

Egli distingue l’ascoltare dal semplice udire un suono, addirittura sottolineando come l’ascoltare sia più originario[1] dell’udire, e definendo l’ascoltare come un sentire che comprende ciò presso di cui da sempre è.

L’amore crea silenzi assordanti. O, per dirla con Pascal

In amore il silenzio vale più della parola. E’ cosa buona rimanere interdetti: c’è un’eloquenza del silenzio che penetra più a fondo di quanto la parola non sappia fare[2].

Shakespeare, uno che di parole e di amore qualcosa sapeva, in Molto rumore per nulla, fa dire a Claudio:

Il silenzio è l’araldo più perfetto della gioia: sarei ben poco felice se fossi capace di dire quanto.

Uno degli episodi più potenti di silenzio ce lo offre l’Antigone di Sofocle. Nella tragedia ci sono molte morti, compresa ovviamente quella della omonima protagonista. Ma è quella di Euridice, la moglie di Creonte, a dire qualcosa di assoluto sul silenzio. Non è un personaggio tragico, manca quell’azione gridata che, per esempio, è propria di Antigone che prepara tutti alla propria morte. Euridice invece tace.

O cittadini, le parole vostre

   udite ho, mentre uscivo, e m’avviavo

   a rivolger preghiera alla Dea Pallade.

   Levo le sbarre, a me traggo le imposte,

   ed ecco, il suono della mia sciagura

   mi percuote le orecchie; e delle ancelle

   cado atterrita fra le braccia, e corro.

   Ma, qual che sia la voce, ripetetela.

   Non sono ignara di sventure; e udrò.

E’ così. Nelle cose dell’amore, come bravi artigiani, ci si incontra nel silenzio che tace.

 

 

[1] Sul legame tra l’originario, l’ascolto e il (non) dicibile sarebbe bello sostare. Non certo qui. Non certo ora.

[2] Pascal, Discorso sulle passioni dell’amore, Greco e Greco, Milano 1993

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