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Bivio [bì-vio] s.m. (pl. -vi)

Sì, J’accuse, leggo ancora Topolino. Per il mio 32mo compleanno (un paio d’anni fa, insomma) mi sono anche fatto regalare l’abbonamento. Cosa c’entra con l’amore? Beh, mi verrebbe da dire che se un cavallo (Horace Horsecollar) ama una mucca (Clarabelle Cow) c’è più amore e comprensione in Topolino che in tutte le cartine dei Baci Perugina.

concina02Ma il discorso è un altro. Nella seconda metà dei rampanti anni ’80, mentre Madonna era impegnata a far capire cosa provi una donna ad essere toccata per la prima volta e Doc Emmett Brown stava facendo volare una DeLorean da un capo all’altro del secolo, io leggevo avidamente Topolino. Mi ci perdevo, lo adoravo. Non sono mai stato un Marvelista e, all’epoca, i Manga non erano pane quotidiano. Al più, mi alternavo con Tex Willer, Za-gor-te-nay, Mister No e Akim (la bruttissima copia di Tarzan). Ci davo di Bonelli, insomma; in spiaggia, sotto l’ombrellone, inviso a un tempo sia al sole che alla sabbia.

In quegli anni (precisamente nel 1985 e per me i migliori albi di Topolino sono quelli dall’’84 al ’90) fu creata proprio da un Italiano – il compianto Bruno Concina – la cosiddetta “storia a bivi”. E’ un’avventura che presentaal lettore alcune scelte (il bivio, appunto) da compiere per portare avanti la storia e per farla finire in un modo o in un altro.

“Se pensi che X debba fare y, vai a pag. Z, altrimenti, gira pagina!”

Magnifico. Ed era tutto lì, in mano mia. L’ansia e la curiosità, la sorpresa e la delusione, la possibilità di tornare indietro e dare una svolta diversa.

Certo, fuori da Topolino la cosa è diversa. Cavalli e mucche non s’amano e una volta presa una decisione è ben difficile poter tornare indietro e vedere cosa sarebbe successo se. Però il sentimento del dubbio, il palpito al cuore di fronte al bivio, quello è rimasto. Di fronte alle due strade cui il nome rimanda, spesso prende l’esitazione e non c’è niente come questa sensazione che mi faccia comprendere cosa intendesse Bergson parlando di durata e non di tempo:

Se voglio prepararmi un bicchiere d’acqua zuccherata, c’è poco da fare, debbo attendere che lo zucchero si sciolga. Questo piccolo fatto è gravido di insegnamenti. Perché il tempo che debbo attendere non è più quel tempo matematico che si applicherebbe altrettanto bene all’intera storia del mondo materiale, anche qualora fosse dispiegato immediatamente nello spazio. Esso coincide con la mia impazienza, ovvero con una certa porzione della mia durata stessa, che non è allungabile o accorciabile a piacere. Non è più del pensato, è del vissuto. Non è più una relazione, è qualcosa di assoluto[1].

x - chromosome, y - chromosome. Image shot 2010. Exact date unknown.Il bivio è rappresentato dalla lettera Y, lettera definita pitagorica per l’importanza assunta nella scuola del filosofo greco. Isidoro di Siviglia, autore delle Etimologie (1.3.7), è chiaro:

Y litteram Pythagoras Samius ad exemplum vitae humanae primus formavit; cuius virgula subterior primam aetatem significat, incertam quippe et quae adhuc se nec vitiis nec virtutibus dedit. Bivium autem, quod superest, ab adolescentia incipit: cuius dextra pars ardua est, sed ad beatam vitam tendens: sinistra facilior, sed ad labem interitumque deducens.

Cioè: la gambetta è la prima infanzia, poi in adolescenza si arriva alla biforcazione. Una via è più larga e facile, l’altra più stretta ed ardua. Una è la via del vizio, l’altra della virtù.

Sul tema, Giordano Bruno scrisse in apertura di uno dei suoi capolavori filosofici (De umbris idearum, Le ombre delle idee):

Nel luogo più alto è posto

     Il volto di Diana a Chio:

      Triste appare a chi entra nel tempio,

      Lieto a chi esce

E la lettera di Pitagora

      Distinta dal segno bicorne

      Dona ottimo fine

      A quanti mostrò il torvo aspetto del destro sentiero

Delle ombre, da profonda

      Tenebra emerse

      Adesso più duri, infini graditi

      Ti saranno volto e lettera.

Chiaro il messaggio, forse un po’ meno quale sia il vizio e quale la virtù cui le strade portano. Ma questa è faccenda alla quale ognuno può dare la propria risposta, affinché la scelta rischiari la lettera.

La vita non è davvero sempre complicata, solo che a volte ci viene più facile sedere a tavolino a ricavare le trasformazioni di Lorentz piuttosto che metterci allo specchio e dire: sì, amo.

[1] Henri Bergason, L’evoluzione creatrice, Rizzoli, Milano 2012

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