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Occhio [òc-chio] s.m. (pl. -chi)

Occhio non vede, cuore non duole

Proverbio

Dal momento in cui una speranza anche infima

diventò possibile per la popolazione, il regno

effettivo della peste era finito.

A. Camus – La peste

Sarà perchè ho iniziato a perdere la vista all’età di cinque anni e da quel momento non ho più smesso che il tema della vista mi interessa. Per me l’occhio non vuole solo la sua parte, sconfina anche nelle parti altrui. Indaga, scruta, radiografa, seduce, mente. E soprattutto legge.

cecitàC’è un romanzo dell’autore portoghese Josè Saramago che si intitola Cecità. Parla di una cecità bianca che inizia a prendere piano piano gli abitanti di una città non identificata. Una simile cecità ac-cade, cade addosso alle persone; è una malattia improvvisa, una sorta di peste, un male inaspettato, un evento insomma, nel significato più radicale che si possa pensare. E, si capisce, sconvolge ognuno dei malati, alcuni atterrendoli, altri spaventandoli, altri, addirittura, incuriosendoli. Spingendo ciascuno a confrontarsi con qualcosa che in cuor suo si agita magmoso e che ha a che fare, pare, con il senso di giustizia; vuoi una giustizia trascendentale o diviina (che tutto vede: cosa ho fatto di male per meritarmi questo?), vuoi con una personale (è la punizione per essermi trascurato, travisato), vuoi con quella umana (il rapporto tra malati e autorità politico-militare che reclude per salvaguardare: invisibili).

La riflessione non si ferma tuttavia a questo aspetto, essendo anche il suo negativo a suscitare un dubbio capitale. Che non siano cioè già da sempre gli esseri umani «ciechi, che, pur vedendo, non vedono». Interessante è inoltre un’altra suggestione: non nominare le cose equivale ad allontanarne la realtà, nonostante appaiano, sia visibili. Come se l’elemento estraneo, lo straniero, l’Altro, arrivasse a sconvolgere o addirittura distruggere lo stato di cose presente, per certi versi stabile, acquisito e l’unica soluzione (vana, naturalmente) fosse scotomizzarlo[1].

L’idea di un misterioso virus, di un morbo, di un non chiarito agente patogeno è utile alla causa, inscrive i fatti in una narrazione che ha a che fare con la non prevedibilità, l’estraneità e, quindi, esula alla fine l’accaduto dall’ambito insidioso della colpa e della responsabilità. Cecità è un romanzo sull’indifferenza, sul non vedere/non guardare. Ma non dei ciechi. O meglio, dei ciechi ma solo come ingrandimento, operato al microscopio dello straniamento, della condizione normale. Già da sempre l’uomo non accoglie l’arrivo dell’Altro, sembra dire Saramago; e io mi accodo.

E Amleto (Atto IV, Scena 4) su questo ci sta innanzi da secoli:

Che cos’è mai un uomo
se del suo tempo non sa far altr’uso
che per mangiare e dormire? Una bestia.
Colui che ci ha dotati di una mente
sì vasta da vedere il prima e il dopo,
non ci largì questa capacità,
ed il divino don della ragione,
perché ammuffisca senz’essere usata.

In più, l’assenza di ogni riferimento alla cecità come ad una punizione generalizzata e riferita al comportamento degli abitanti della innominata città, fa pensare che non si tratti affatto di punizione, ma di richiamo. La cecità è bianca perchè il bianco si lascia colorare. Questo colore è il modo in cui ciascuno può (vorrei dire: deve) rispondere a quel richiamo. La responsabilità è la chiave di volta dell’edificio costituito da ogni incontro. Nell’epoca un po’ frettolosamente definita dell’immagine (come se, per fare un esempio, l’Imago medioevale fosse nulla), l’occhio può avere ancora buon gioco se si riconosce nell’Altro, se non si limita cioè ad essere una cavità (come l’etimologia vorrebbe suggerire), nè un semplice organon.

perseo e la medusaIl mio occhio cerca riposo. Su questa cosa costruisco le mie giornate. A tratti mi riesce, è una sensazione buona. Altre volte cado, sbatto, perdo, mi abbaglio di fronte alle code del pavone, su cui stanno secondo il mito i cento occhi di Argo Panoptes (che tutto vede), infelice custode della ninfa Io; Argo che nonostante avesse cento occhi, non seppe scoprire chi si celava sotto le sembianze di una giovenca e morì sedotto dal suono di Ermes, a convalida del fatto che alla vita non bastano gli occhi rivolti all’esterno, che controllano, verificano, delimitano. Il rischio è di trovarci, senza l’astuzia di Perseo, a fronteggiare la Gorgone Medusa.

E diventare pietra. Di scandalo.

[1] In ambito psicoanalitico, la scotomizzazione è l’atto della negazione inconscia di un evento o di un ricordo, ritenuto doloroso. In ambito medico-oculistico, inviece, per scotoma si intende una area di cecità che si presenta come macchia scura. Che la cecità proposta da Saramago sia invece bianca è senza dubbio uno degli elementi più interessanti e simbolici del romanzo.

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