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Viaggio [vi-àg-gio] s.m. (pl. -gi)

E il mio maestro mi insegnò

Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire

Franco Battiato

Una persona mi ha suggerito di parlare di alcune parole, tra cui: viaggio. La scelgo perché è la migliore scelta dopo aver parlato dell’occhio.  Perché? Perché per capire il viaggio occorre partire da un’idea di luogo, di territorialità visibile, e occorre avere una esperienza del tempo. Spazio e tempo sono intimamente chiamati in causa dal movimento – fisico o metaforico – che si realizza nel viaggio. E solo chi vede la terra emersa solca il mare. Anche Colombo, che vedeva il mondo nella sua mente già planetaria e ci credeva. Ecco il punto. Vedere per avere fede e dunque muoversi. Il viaggio è sempre prospettico. Ed è, in più, capace di far mutare prospettiva al viaggiatore che viaggia, grazie all’impatto prodotto da ciò che vede quando lo vede.

Il significato di viaggio come ancora noi oggi lo intendiamo è affare medievale, come epoca, e provenzale, come luogo. E’ il viatges. Ciò da cui viatges – e quindi viaggio – deriva, è il latino viaticus e viaticum, che significano rispettivamente che riguarda la via e provvista per chi si mette in cammino.

Il viaggio implica sia il percorso, sia la dotazione. Implica un luogo e un cuore buono, forte, ristorato.

Testa di Ulisse_SperlongaChe il significante così come noi lo manteniamo sia emerso nel Medioevo non è casuale o, per restare in ambito, peregrino. Non per tornare sempre agli stessi temi – anche se sarebbe bizzarro non ri-volgersi assiduamente ai canoni della nostra cultura letteraria – ma è evidente la differenza tra il viaggio dell’Ulisse omerico e quello dell’Ulisse dantesco. Nell’Odissea (nome che poi è diventato epitome dell’idea di viaggio periglioso, lungo, avventuroso e in cui predomina la componente delle peripezie, di qualcosa che ci accade di imprevisto) è Ulisse a raccontare, su invito di Alcinoo re dei Feaci e attraverso una analessi, cosa lo ha portato a perdersi per mare.

Ma tu la storia de’ miei guai domandi,

Perch’io rinnovi ed inacerbi il duolo.

Qual pria dirò, qual poi, qual nell’estremo

Racconto serberò delle sventure,

Che gravi e molte m’invïaro i numi? [Odissea, Libro nono]

Sono i numi a decidere del destino di Ulisse, sia negli anni, lunghi, della lontananza da casa (presso Calipso, Polifemo, i Feaci, Circe), sia nel momento dell’agognato ritorno. E lo stesso Virgilio dice di Enea (Canto l’armi e l’eroe, che primo dai lidi di Troia, profugo per fato, giunse in Italia alle spiagge di Lavinio, vessato alquanto attraverso terre e in aperto mare da ira divina).

Mentre nel canto XXVI della Commedia è Ulisse a decidere di muoversi da Circe verso Occidente ma misi me per l’alto mare aperto sol con un legno e con quella compagna  picciola da la qual non fui diserto. Ulisse sceglie, decide, anche se la decisione si rivela, poi fatale. Che tuttavia il viaggio sia fatale, dipende dalla morale di Dante, dalla personale esperienza della seduzione della gloria terrena rispetto alla salvezza celeste; che il viaggio sia scelta indivduale, invece, è rivoluzione tutta medioevale, cambio di paradigma culturale che, senza tuttavia mai dimenticare la lettura religiosa del viaggio (il pellegrino), porterà, attraverso la figura protocapitalistica del mercante, al viaggiatore/esploratore dell’Umanesimo/Rinascimento e al viaggio di formazione (Grand Tour) proprio dei giovani aristorcratici europei a partire dal XVII secolo.

Ed è di questo viaggio che noi sempre parliamo, a volte per ciò che davvero è: movimento tra due punti; altre volte colorandolo, caricandolo di significati altri, metaforici.

Intendere l’amore come un viaggio sta da questa parte, naturalmente. Ma non è così distante dal significato originario; spesso, poi, in entrambi i casi capita che il punto di partenza e di arrivo siano il medesimo. Si parte spesso per fare ritorno a casa. E si ama per michel-eyquem-de-montaigneritornare a sé.

Anche se in fondo quello che troviamo, paradossalmente, non siamo quello che lasciammo.

Dice Michel de Montaigne:

A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco.

A cui fa eco Baudelaire, nel poemo Il viaggio:

Ma i veri viaggiatori partono per partire;

 cuori leggeri, s´allontanano come palloni,

 al loro destino mai cercano di sfuggire,

 e, senza sapere perché, sempre dicono: Andiamo!

I loro desideri hanno la forma delle nuvole,

 e, come un coscritto sogna il cannone,

 sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli

 di cui lo spirito umano non conosce il nome!

Il viaggio e l’amore sono esperienze irrinunciabili dell’esistenza, nonostante – sembra dire Baudelaire – il resto sia sempre una delusione (Che amara conoscenza si ricava dai viaggi! / Oggi e ieri e domani e sempre il mondo / monotono e meschino ci mostra quel che siamo: / un’isola d’orrore in un mare di noia).

E così forse è davvero se nel viaggio non si rischia del proprio.

Freud non smetteva di raccomandare ai suoi pazienti di seguire la regola aurea di un’analisi: dire tutto ciò che passa per la testa; la cosa più facile a dirsi, la più difficile a farsi, la sola a condurre positivamente in porto il viaggio verso la scoperta di Sé, verso la verità che siamo. Altrimenti non di viaggio si tratta, ma di una innocua pausa, di una gita che di-verte ma non con-verte.

si si d’inverno è meglio
dopo è più facile dormire e andare
oltre i pensieri con un libro di Lucrezio
aperto tra le dita
così è la vita
tra una vestaglia e un mare
chi vuole andare in gita
non sa non sa non sa

[Paolo Conte – La donna d’inverno]

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