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Distanza [di-stàn-za] s.f. (pl. –ze)

Man manu ca passunu li jonna
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa
‘ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra
mi sentu stranizza d’amuri… l’amuri
e quannu t’ancontru ‘nda strata
mi veni ‘na scossa ‘ndo cori
‘ccu tuttu ca fora si mori

na’ mori stranizza d’amuri… l’amuri.

[Franco Battiato – Stranizza d’amuri]

La distanza è la casa dell’amore. La tecnologia contemporanea ci ha sfrattato da questa casa. Noi siamo connessi, in modo quasi patologico, a tutti. E tutti controlliamo, leggiamo, cerchiamo, vagliamo, sappiamo. Ecco, noi sappiamo di tutto di tutti; riusciamo a vivere una situazione di prossimità aumentata, ma ci rimane estranea la parte intima, quella inesprimibile in termini di pubblicità, quella che vive di un’altra forma di condivisione che non sia quella di contenuti superficiali e im-mediatamente passati, con uno scrollare di dita.

Perché oggi la lontananza non è più lontana. E’ prossima, transitabile, persino domestica. E’ infatti nelle case, sul monitor del computer, sul display dei cellulari, nel suono che giunge agli auricolari. La tecnica del nostro tempo, la tecnica oggi trionfante,  è infatti la tecnica del lontano. L’avverbio greco t ē l e  -lontano– che compare già  nei primi  poeti greci, va a comporre gli elementi e gli strumenti della tecnica contemporanea. Telefono, televisione, telematica. Tutto quel che è lontano –isole, deserti, città, avvenimenti, paesaggi, costumi di ignote popolazioni- viene oggi verso di noi, bruciando il tempo e lo spazio della lontananza. Si fa contemporaneo. Si fa superficie, schermo, suono.  Diventa il qui e ora offerto allo sguardo, all’ascolto. (…) E’ la nostra epoca. Con  la ricchezza e l’ambiguità delle sue forme, dei suoi modi di rappresentazione. Non si tratta di opporre alla tecnica della lontananza l’arte della lontananza. Si tratta solo di mostrare come compito del linguaggio –anche del linguaggio che è proprio della tecnica-  è non ridurre lo spessore della lontananza, la ricchezza delle sue varianti, la profondità delle sue figure, i territori incommensurabili del suo spazio.[1]

Non c’è più tempo e modo per le letture e, sopra ogni cosa, le riletture. La lettera era la chiave di casa. Lo è stata per secoli. Con la lettera c’era l’adesione nel tempo e nello spazio alla distanza. Tempo dedicato a scrivere. Dedicato ad imbucare. A pensare al tragitto, alla lettura dell’altro. Tempo dedicato all’attesa di una risposta. La distanza così veniva percorsa e ripercorsa. Fatta propria. Misurata.

La distanza è la casa dell’amore, misurata a battiti e respiri. Durata.

Foto di Alessia Trentin

Foto di Alessia Trentin

Solo nella distanza si può essere intimi. Il che non vuol essere un incoraggiamento alla separazione, tutt’altro. Piuttosto, un invito alla riflessione sul distacco, come motore della crescita personale, della maturazione; la maturazione è un viaggio, un itinerario dell’anima verso l’Altro.

Senza distanza non ci sarebbero i volti amati. A chi ci volgeremmo, infatti, se non fossimo lontani? Dove cercherebbero i nostri occhi, se non in quell’altrove in cui continuamente speriamo di trovare riposo e che non è mai presso di noi? Tu sei là, sei laggiù, sei dove sei e non passi mai. Io sono quaggiù, da qui mi dispongo a te, mi apro alla tua venuta su un passaggio comune. Felici, noi, di aver provato la sensazione di sapere dell’altro al primo sguardo, di sentire dell’altro emozioni anche in assenza di parola. La distanza permette il riconoscimento.

Montale, in una sua poesia famosa , parla di una distanza che divide, quella del ricordo, anzi, del passato che non può tornare; è vero, il passato ha un che di irrimediabile; ma nel nostro ricordo noi interveniamo già sul passato, lo modifichiamo, lo trasformiamo, quindi, in altro. A volte emergono immagini, colori, suoni, profumi dal profondo pozzo della nostra memoria; è quella che Leopardi chiama ricordanza (La sera del dì di festa), ciò che permette in fondo di rielaborare il tempo fugace che ac-cade, in durata, in vita vissuta. Freud, nei casi di nevrosi isteriche e nevrosi ossessive, passa da una teoria della seduzione come trauma infantile reale, ad una nuova teoria per la quale non è necessario – e, anzi, non accade quasi mai – che il ricordo si riferisca ad eventi effettivamente accaduti. Intende dire che avviene una rielaborazione della realtà, che la fantasia opera a creare un evento e, dunque, il suo ricordo. Così è: all’amore non interessa il dato di fatto, la cosa in sè, il significato del sapere. All’amore interessa ciò che slitta, ciò che salta e che in questa continua distrazione procede verso il proprio destino.

Caravaggio, Narciso

Caravaggio, Narciso

Se vogliamo, il mito di Narciso ci dice questo. Non è possibile azzerare la distanza; pena la morte. Del desiderio. C’è nella distanza, qualche cosa che ha a che fare con il sacro, e che ne mantiene lo stesso doppio registro di ciò che è relativo al divino e bandito.

Diciamo ancora che la distanza di cui qua si parla permette di superare la separazione, la scissione; nella sua apertura al gioco con l’Altro, al gioco dell’Altro, suggerisce altre vie rispetto al sentiero della luce e al sentiero dell’ombra. Permette di lasciare il senso comune che, è Heidegger a parlare, “vede nell’ombra solo mancanza di luce, per non dire la sua negazione”. Nel gioco di chiarore ed oscurità, nella trama di luci, la distanza lascia che qualcosa sia visibile e, contemporaneamente, ci rimandi indietro la luce, rifletta. La distanza lascia che la voce risuoni, si spenga, e si prenda anche tempo per diffondersi come eco. Nella distanza vedo e sono visto, ascolto e sono ascoltato, so e sono saputo. Solo dall’azione congiunta (non necessariamente sincronica) di questi momenti, solo dal loro lavoro solidale, dalla loro comunione in diverse direzioni, posso trovare il senso della mia esistenza, la mia verità.

Maybe there’s a God above

But all I’ve ever learned from love

Was how to shoot somebody who outdrew ya

And it’s not a cry that you hear at night

It’s not somebody who’s seen the light

It’s a cold and it’s a broken Hallelujah

[Leonard Cohen, Hallelujah]

[1] Antonio Prete, Trattato della lontananza, Bollati Boringhieri, Torino 2008.

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