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Vetro [vé-tro] s.m. (pl. –i)

Oh maggie I wish I’d never seen your face
You made a first-class fool out of me
But I’m as blind as a fool can be
You stole my heart but I love you anyway

Io sto al di qua di un vetro, anzi due, da tutta la vita. O quasi. E anche se le chiamiamo lenti, restano vetri. Come quelle delle finestre – sul mondo?; come quelli dei bicchieri – e siccome sono proprio orbetto, i miei vetri sono fondi di bicchiere. Vuoto. E che io sia anche oste chiude il cerchio.

puffo quattrocchiAnche al di là dei facili e poco cortesi epiteti di compagni di scuola elementare – i bambini, si sa, sono crudeli – l’identificazione con il Puffo Quattrocchi accadeva spontaneamente. Non che ci soffrissi particolarmente, solo provavo sulla mia pelle che quell’adagio per cui quattro occhi vedono meglio di due, soprattutto due come i miei. Mi ricordo di un giorno di molti anni fa, durante una partita di pallacanestro in cui mettevo in mostra parte, agonizzante più che agonistica, della mia goffaggine. Negli spalti (leggasi: piccola gradinata di palestra di scuola media), tra il pubblico (leggasi: una ventina di persone, alcune lì per caso) un paio di tifosi della squadra avversaria presero di mira, nel dileggio, il mio occhialuto stare in campo. Non me ne resi conto fino a che non intervenne mia mamma (eh sì) a rimproverarli. Occhiali di figlio per cuore di mamma fanno un binomio eplosivo. E meno male che Edipo ci vedeva.

Chi porta gli occhiali per necessità vera, non per sfizio o moda, lo sa: c’è una zonCarmelo Benea, ai margini che rimane fuori dal campo d’azione delle lenti e che resta, quindi, più o meno sfocata. Una parte indefinita di mondo, una cornice rispetto a ciò che si mette a fuoco, fuori rispetto al rappresentabile; è l’osceno, il fuori-scena, per usare un’etimologia forse non corretta, ma suggestiva (Carmelo Bene la faceva sua per definire il suo teatro), che rimanderebbe al greco o-skenè.

E poi c’è il resto del mondo, quello preso dalle lenti e rimesso al suo posto, coi contorni, con le forme, coi colori. E’ la scena di cui noi occhialuti siamo spettatori e, a volte, attori. Vivere dietro un vetro, costantemente soggetto all’azione delle impurità che si depositano sulle lenti, ha reso più familiare e quotidiano il tema della trasparenza. La trasparenza, oggettivamente, è la qualità di un oggetto di farsi attraversare dalla luce, lasciando visibile ciò che sta al di là. Il suo contrario si chiama opacità. Le mie giornate sono un saltellare continuo e un po’ ozioso tra il vedere e il vedere male. I miei occhi continuano a indebolirsi (altro che: “finirai di perdere vista con l’arresto dello sviluppo”), le mie lenti continuano a sporcarsi.

Anche le frasi possono essere trasparenti o opache; è una cosa che i poeti conoscono benissimo, e sfruttano costantemente nelle loro opere, in misura minore o maggiore a seconda della gabbia denotativa che scelgono per i propri testi. E non è una scoperta dell’ermetismo, sia chiaro. E’ un modo che certi esseri umani più di altri hanno per lasciarsi uno spiraglio, per far germogliare la miopia affinché si creino scenari diversi (non più veri, ma reali) e si solidifichino nuove rappresentazioni d’insieme. Ed è un processo indefinito, che coinvolge, parlo per il poeta, l’indefinibile e potenzialmente infinita congerie di lettori che verranno, collaboratori o, meglio forse dire, sodali nella significazione poetica. Mi pare il caso di richiamare le parole di Merleau-Ponty, che in Fenomenologia della percezione scriveva:

Lo spazio non è l’ambito (reale o logico) in cui le cose si dispongono, ma il Mezzo in virtù del quale diviene possibile la posizione delle cose. Ciò equivale a dire che, anziché immaginarlo come una specie di etere nel quale sono immerse tutte le cose o concepirlo astrattamente come un carattere che sia comune a esse, dobbiamo pensarlo come la potenza universale delle loro connessioni.

Ma soprattutto, vivere dietro questo vetro ha dato spazio alla sosta. Non è facile, se non vedi, navigare a vista, tra i marosi e i flutti, vagheggiando rive e temendo naufragi. Quando i riferimenti mancano, bisogna fermarsi. Resipirare. Riflettere. Capire dove sta il cosa, dove abita il chi.  Questo è lo sforzo inesausto che gli occhi fanno, al di qua del vetro, per vincere l’angoscia mostruosa che niente e nessuno ci siano più. Che un giorno, d’improvviso, al di là delle lenti, un arido deserto fatto di cose, persone, strade e luminarie, mostri la tua formidabile assenza.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

 arida,rivolgendomi vedró compirsi il miracolo:

 il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

 di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

 alberi case colli per l’inganno consueto.

 Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andró zitto

 tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

[Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un’aria di vetro – Ossi di seppia]

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