Allora, ho due modi di affrontare una questione.

Il primo, appena velato di trivialità, è questo:

–          non me ne frega un cazzo di quello che fa Balotelli.

Il secondo è un po’ più articolato, e fa più o meno così:

Nell’antica Roma – giacché in quella attuale sono troppo occupati a determinare se la proficiency di Renzi  sia a livello A1 o A2 – un certo Giulio Cesare prima di decidere di cambiare lavoro e prendere sette gol dai Goti di Odoacre, di mestiere faceva ancora l’imperatore. Un giorno, forse dopo aver bevuto troppa ovomaltina, venne preso da un coccolone di garantismo e pensò che l’istituto della manus iniectio non fosse un così fulgido esempio di buon diritto e lo volle sostituire. Pensa che ti pensa il buon Giulio-Cesare-non-ancora-portiere ebbe un colpo di genio. Il debitore moroso – perché a costui si applicava la manus iniectio – anziché essere ucciso o ridotto in schiavitù dal creditore – perché in questo consisteva la manus iniectio – se la poteva cavare con molto meno: una pubblica umiliazione. Cesare credeva così di ottenere almeno due risultati; innanzitutto, evitava una crudele e sproporzionata pena; inoltre, poteva far sì che l’errore di uno fosse, attraverso l’umiliazione, di esempio per gli altri. (Non sfugga che una simile chimera ciclicamente prende la mente a molti, soprattutto dittatori e maestri). E come poteva funzionare una simile pubblica umiliazione? Pensa che ti pensa – perché ormai Giulietto era bello che lanciato nella speculazione – Cesare immaginò un luogo affollato in centro città (non durante lo spritz hour) in cui il colpevole gridasse la propria colpa; avrebbe urlato per tre volte cedo bona (cedo i miei averi) che sarebbero dunque passati a dei banditori d’asta che avrebbero avuto il compito di venderli per ricavare il denaro da dare ai creditori; risolta la parte pratica, l’ingegno machiavellico (ante litteram) di Cesare passò ad occuparsi della coreografia meglio di Don Lurio; da rispettoso osservatore quale egli era del motto panem et circenses, stabilì che il debitore dovesse essere seminudo (dall’ombelico in giù, si capisce), e dovesse altresì poggiare il sacro,  ancorché incontinente, deretano su gelida pietra e, ad ogni pronunciazione del cedo bona, sedersi con violenza su tale pietra, rischiando, per altro, sensibili dolori a quegli averi che soli sarebbero rimasti in saccoccia al delinquente.

Se non disse Eureka, senza meno Cesare se ne uscì con un adeguatissimo mecojoni, tanto era soddisfatto della sua cerebrale fatica, che prese precisamente il nome di bonorum cessio culo nudo super lapidem. Si capisce che i Romani facevano le cose per bene, con simili istruzioni. Questa lapide è quella a cui ci si riferisce nel sintagma ancora oggi in uso: pietra dello scandalo.

In questo teatrino ad interessare non era tanto il crimine e nemmeno la pena in sé. La cosa che Cesare comprende e utilizza è il valore che questa rappresentazione può avere all’interno di una comunità piuttosto piccola com’è ancora la sua Urbe. Ciò che importa dunque è il significato della rappresentazione in relazione ad un senso della comunità dominato dal noi, più che dall’Io, dal bene comune, più che dall’utile del singolo.

L’operazione voluta da Cesare va intesa come un atto di sacrificio che serve a purificare. Infatti, dopo l’umiliazione, il creditore non avrebbe più potuto avanzare alcuna pretesa sul debitore perché il reato era effettivamente estinto. Questo è il senso dello scandalo, un inciampo da rettificare non da amplificare. Del resto, come ci insegna Girard, il sacro poggia sulla violenza e sull’esclusione.

E qui torniamo a Balotelli. Il quale agisce e parla a modo suo, per quelle che sono le sue capacità. E quello che fa (spesso, purtroppo, anche in campo) e dice durerebbe il tempo di un sospiro se non ci fosse l’inesausto lavorio del GMF (giornalista in mala fede) che non sa che altro fare nella sua giornata se non dipendere dall’unico tessuto erettile del suo corpo, le antennine, pronto a captare qualsiasi cosa esca dagli orifizi di Balotelli – e di altri come lui – e farne monografie gridando allo scandalo. In modo improprio, come si è visto.

Così come improprio e facilone è ricorrere alla solita tiritera del: è un personaggio pubblico e in quanto tale deve dare l’esempio. Sbagliato, nessuno nasce in sostanza pubblico, caso mai è la flautolenza giornalistica a renderlo tale e a campare su queste macchiette. Ed è la medesima flautolenza a gridare ossessivamente allo scandalo incapace di assumersi la propria parte di responsabilità  per lo svilimento di una società incapace di dare ai propri figli modelli da seguire migliori di ometti con la cresta e le braghe a mezza gamba.

 

 

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