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Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove ‘l sì suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Che se ’l conte Ugolino aveva voce

d’aver tradita te de le castella,

non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l’età novella,

novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata

e li altri due che ’l canto suso appella.

[Inferno, XXXIII, 79-90]

E’ Dante che scrive, nel canto XXXIII dell’Inferno, e rende per sempre nota la storia del Conte Ugolino, divenuto famoso da quel momento come colui che mangiò i propri figli, rinchiusi com’erano tutti nella torre della Muda a Pisa. Fama impossibile da provare e che nacque più per l’interpretazione data ad un verso di Dante, volutamente ambiguo, come notava Borges (Poscia, più che ’l dolor, poté ‘l digiuno), che per reali avvenimenti.

DA000826-1530-03_mCiò che importa a noi oggi che non rinchiudiamo più alcun colpevole in una torre lasciandolo morire di fame è tuttavia ben altro: l’invettiva furente di Dante nei confronti di Pisa, che si macchia di una colpa imperdonabile: far ricadere le colpe di un padre sui figli di costui. Un caso di cronaca, diremmo oggi, che serve a Dante per parlare di massimi sistemi (anche a costo di piegare ciò che è realemnte accaduto alla sua necessità poetica): la mancata distinzione tra colpevoli ed innocenti o meglio la loro confusione. Un tema questo naturalmente vivo nel’animo dell’esule Dante il quale, per sottolineare l’orrore sia della storia in sè del conte Ugolino sia della barbarie insita nel tema generale, paragona la città di Pisa a Tebe, nella cui Storia si annoverano fatti e genti uniti dal denominatore comune della crudeltà.

Ripeto, a Dante non interessa seguire e riportare fedelmente la storia. Poco importa che il vero Ugolino della Gherardesca sia stato imprigionato con i figli e i nipoti (quindi non solo con i figli) e che solo uno dei quattro fosse adolescente (non tutti). Ciò che importa è che l’arcivescovo Ruggieri decise di punire, assieme all’unico colpevole, anche quattro innocenti (per l’età novella) e che a causa di questo si ribaltasse l’ordine delle generazioni.

E’ pur vero che le conseguenze di un azione di un uomo possono (e spesso così accade) ricadere sui figli; ma non la responsabilità (innanzitutto morale e poi anche penale, come dice la nostra costituzione – Articolo 27) che rimane sempre in carico a chi ha agito. Una cosa che sembra essere ciclicamente a rischio di sbiadire dalle coscienze, soprattutto quando le piazze vestono da tribunali e spopolano i tribuni, ciarlando da ogni cantone a portata di click.

Scrisse Pasolini (Affabulazione): Ci sono delle epoche nel mondo in cui i padri degenerano/ e se uccidono i loro figli/ compiono dei regicidi.

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