Tag

, , , , ,

Didone mostra Cartagine a EneaNel giorno della memoria, riprendo la lettura di questo brano dell’Eneide di Virgilio [Libro I, vv. 441-497 nella traduzione per la Fondazione Valla di Luca Canali], nel quale il poeta ci parla di Enea, della sua visita al tempio di Didone in Cartagine.

Colpiva a lungo l’interesse di storici e traduttori questo brano [per sedare la curiosità si può leggere qui], per l’uso che Virgilio fa del termine pictura riferendosi ad un tempo in cui, probabilmente, la pittura ancora non era stata inventata.

Poco importano gli anacronismi in un’opera poetica, a maggior ragione se essa esita in un capolavoro, uno dei maggiori della letteratura di ogni tempo. Contano le suggestioni certo, l’impatto emozionale, la sfida psicologica e l’invito alla collaborazione rivolto al lettore che sempre muta, sempre si rinnova; importa insomma quello che un altro grandissimo della poesia – Foscolo – definì nei Sepolcri corrispondenza d’amorosi sensi e che rende, aggiungo, la lettura di un testo anche momento lungo e duro di agonismo.

E questa lettura oggi vale in special modo, per il sottile e pietosissimo rapporto che instaura tra una tragedia quale fu la lunga lotta tra Greci e troiani, le immagini di quella guerra che Enea riconosce nel tempio, e l’animo straziato di Enea stesso che a quegli eventi partecipò e di cui non può che piangere al rinnovarsi del dolore.

Oggi è giorno deputato – in modo simbolico, ovviamente, ché mai dovrebbe venire meno – alla memoria, al ricordo, alla storia; e le immagini, le testimonianze, le parole (poco importa il cosa, così come poco importa se quel pictura era o meno usato a proposito) stanno come araldi inviati ad annunciare il logos di una tragedia.

E noi abbiamo, in questo simili ad Enea, il dovere di sostare e dire, col poeta:

“sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”

Buona lettura.

“V’era, in mezzo alla città, un bosco rigoglioso
d’ombra, dove prima gettati dalle onde e dal turbine
i punici scavarono il segno che aveva indicato Giunone
regale, il teschio d’un cavallo da guerra; così la stirpe
sarebbe famosa in guerra e prospera in pace per secoli.
Qui la sidonia Giunone fondava un tempio maestoso
A Giunone, opulento di offerte e del nume della dea,
a cui sui gradini sorgevano soglie di bronzo,
e travi connesse di bronzo, e strideva il cardine a bronzei
battenti. In questo bosco dapprima l’apparire d’un fatto
inatteso lenì il timore, ed Enea osò sperare
salvezza e avere migliore fiducia nelle avverse vicende.
Infatti mentre osserva tutto nel tempio maestoso,
aspettando la regina, mentre ammira tra sé
la fortuna della città, e la mano degli artefici e l’industria
delle opere, vede per ordine le iliache battaglie
e la guerra già nota per fama in tutto il mondo,
gli Atridi, e Priamo, e Achille, a entrambe le parti crudele. Ristette
e disse in lagrime: “Qual luogo ormai, Acate,
o regione della terra non riempie il nostro travaglio?
Ecco Priamo. Anche qui il valore si pregia.
Si compiangono le sventure e gli eventi umani commuovono
L’animo. Lascia il timore; la fama ti porterà salvezza.
Così dice, e pasce il cuore nella vana pittura”,
molto gemendo, e bagna il volto di largo pianto.
Infatti da una parte vedeva come lottando intorno
A Pergamo fuggissero i greci, li inseguisse la gioventù troiana,
dall’altra come Achille crestato sul carro incalzasse i frigi.
Non lontano di qui riconosce piangendo
Le tende dai candidi teli di Reso, che tradite
nel primo sonno, il Tidide devastava con grande strage
cruento, e riportava gli ardenti cavalli nel campo,
prima che avessero gustato i pascoli di Troia e bevuto
allo Xanto. In un’altra parte, fuggente, perdute le armi,
Troilo, sventurato ragazzo, impari allo scontro con Achille,
è trascinato supino dai cavalli e attaccato al carro
vuoto, tuttavia tenendo le briglie, la nuca e i capelli
strisciano in terra, la polvere è rigata dall’asta riversa.
Le donne d’Ilio frattanto andavano al tempio
dell’inclemente Pallade, disciolti i capelli, vestite
del peplo, supplici, tristi, battendosi il petto con le palme;
la dea incurante teneva gli occhi fissi al suolo.
Achille trascinava tre volte Ettore intorno
alle mura iliache, e vendeva a peso d’oro il corpo esanime.
Allora emise un grande gemito dal profondo
del petto, quando vide le spoglie e il carro e il corpo
dell’amico, e Priamo che tendeva le mani inermi.
Ravvisò anche se stesso, mischiato ai prìncipi
Achivi, e le schiere eoe e le armi del nero Memnone.
Pentesilea furente guida torme di Amazzoni
Dai piccoli scudi lunati, e arde tra le migliaia
Allacciando l’aurea cintura sotto la nuda mammella;
vergine guerriera, ardisce scontrarsi con uomini.
Mentre al dardanio Enea appaiono queste cose mirabili,
mentre stupisce, immobile, fisso nel solo sguardo,
la regina entrò nel tempio, la bellissima Didone,
stretto intorno a lei un grande stuolo di giovani.”

Annunci