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L’attimo in cui siamo felici

Romanzo di Valerio Millefoglie

Einaudi – 178 pp.

Valerio Millefoglie, poliedrica figura d’artistaCAM00606, ha avuto due meriti innegabili: affrontare un tema, quello della felicità, cui solitamente e bene che vada toccano elogi retorici o insulsi piagnistei, con garbo e delicatezza; e, secondariamente, dare corso ad una idea molto originale che porta nella narrativa una inedita commistione di realtà e fantasia, (auto)biografia e rappresentazione.

L’impressione generale è quella di essere di fronte ad un mosaico, meglio, ad un album, ad un collage di veloci excursus in storie di illustri sconosciuti e, insieme, nella storia dolorosa dell’autore. Il libro nasce, se ben ho inteso, da un blog tenuto dall’autore dal quale egli riprende, con rimaneggiamenti, le storie e i personaggi. E’ un viaggio che dura un anno e che vuole se non capire almeno illuminare attraverso piccole cose il grande mistero della felicità umana, la sua spesso improvvisa comparsa e l’altrettanto rapido dileguarsi. Che ci riesca è opinabile, e per fortuna. Ciò che mi pare oggettivo è che l’unica possibilità che questo libro ha di essere un tutto è garantita dalla memoria dell’autore e dalla corsia del suo dolore, dalla sua necessità di elaborarlo, dal desiderio di oltrepassare la perdita e i luoghi di questa perdita. Cosa che dunque non basta al lettore, o almeno non a tutti. Ed è un peccato perché sono sicuro che con maggiore lavoro, o forse con diverso tipo di lavoro, avremmo potuto leggere un capolavoro.

Millefoglie ha una bella scrittura, con accenti lirici che emozionano, e una indubbia capacità immaginifica. Leggerlo è un piacere. Eppure la discontinuità è forte e così la sensazione di avere a che fare con un personalissimo diario di viaggio, sensazione confermata dalle ultime righe dell’epilogo, in cui l’autore in qualche modo giustifica il suo sforzo, parlando dei risultati di ciò che ha dato il via al suo progetto catartico.

Io ne consiglio la lettura per un motivo che Millefoglie fornisce in modo certo migliore di quanto potrei fare io:

Ci muoviamo secondo traiettorie personali e se pensiamo alle direzioni, ai nostri giri di conoscenze, prende forma la mappa di un minuscolo paese. Il paese dell’autobus che ci porta al lavoro o a scuola, il paese del bar in cui prendiamo il caffè, il paese degli amici con cui ci rechiamo al paese del cinema, del teatro o del bere qualcosa. Forse non c’è bisogno di andare chissà dove per cambiare vita e raggiungere la felicità, basta cambiare numero di autobus e scopriremo una città che non conoscevamo.

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