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Vi aspetto a Palazzo Bomben, sabato, ore 18 per la presentazione di Scrittura cuneiforme, romanzo di Kader Abdolah.  Un’occasione imperdibile per conoscere un autore unico del panoramo latterario europeo.

Di seguito una mia nota di lettura.

KABDOLAHCUNEIFader Abdolah, Scrittura cuneiforme (Tit. Or. Spijkerscrift, 2000)
Iperborea, Milano, 2003.

Traduzione e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo.

Se non vi è ancora capitato di leggere Kader Abdolah dovreste farlo. Non solo per la scrittura dell’autore, fluida e piacevolissima. Dovreste leggerlo perché siamo di fronte ad una rara capacità di scriversi e di riscriversi, ad ogni romanzo, costruendo in qualche modo una biografia letteraria di incredibile forza stilistica, poetica, immaginifica.

Scrittura cuneiforme, il romanzo che presenteremo a Carta Carbone, mescola ai fatti storici (la rivoluzione iraniana di fine anni ‘70, la caduta dello Scià e l’arrivo di Khomeini, il rapporto particolarissimo tra potere religioso e potere politico…) la verità letteraria che non è soltanto finzione. La cifra, ripeto, di Kader Abdolah è quella di inventarsi continuamente dovendo, egli per primo, tradursi: Kader Abdolah è rifugiato politico in Olanda, fuggito dal regime iraniano e in Olanda riesce finalmente ad imporsi a livello internazionale come scrittore. Rispetto a questo viaggio, a questa fuga, egli vive un profondo sentimento di colpa, come se avesse avuto la libertà scegliere di rimanere e avesse optato per la viltà. Non è così naturalmente, e la sua attività di scrittore è una continua elaborazione di questo tema oltre che, come detto, una faticosa operazione di traduzione di sé e della propria tradizione nei termini di un linguaggio che è nuovo in un paese così diverso dal paese d’origine: quell’Olanda che per certi versi è simbolo della libertà in Europa, paese dove sembra tutto possibile, dove le remore vengono meno, ma paese abitato da persone molto diverse, per attitudini e carattere, ai compatrioti di Kader Abdolah. Anche questa differenza emerge dal romanzo, così come la sorpresa del personaggio/autore che deve fare continuamente opera di aggiustamento di sè.

Il romanzo ha momenti, molti, di grande poesia e sentimento, soprattutto grazie alla descrizione del rapporto tra padre sordomuto e figlio, uniti da un linguaggio comune che li esclude dagli altri, in cui entrambi trovano spazio per una crescita interiore che prosegue senza sosta.

E la riflessione sul linguaggio è un altro tema guida del romanzo. Il padre sordomuto tiene un quaderno, che riempie lungo la sua vita, utilizzando un alfabeto simile a quello di un’incisione trovata nel Monte Zafferano, ai confini con la Russia, e risalente all’epoca di Ciro il grande (da qui il titolo del romanzo, Scrittura cuneiforme). Il romanzo è dunque narrato dal figlio ed è il risultato della lettura/decifrazione che Ismail tenta di questo codice paterno. Non potendogli insegnare a parlare, Aga Akbar ha insegnato al figlio qualcosa di unico ed irripetibile, che travalica i confini della funzione sociale per accostare una forma di comunicazione assieme più profonda e dolorosa, quella della solitudine che – come messaggio finale che il libro mi sembra poter dare – accomuna tutti gli esuli.

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