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Ricordo.

Che tu sai che c’è e non trovi. Di notte, nel viatico approntato in fretta per il sonno,  sperando sogni, cedendo al buio.

Che rimanda a fumide mattine nei campi di casa, quelli che da nonno coltivi, da padre intravedi, da figlio disconosci.

Che sfianca, indefettibile, come un’ostensione continua del peccato all’impenitente. Il continuo mentire delle parole.

Ricordo.

Un volto, una goccia di sale sul viso assaggiata nel pianto, un’ansa di carne smerigliata dal sole isolano.

I colori sbiaditi di vecchie stampe, della gita, della comunione, della festa, della vita.

Ricordo.

Una misericordia al mercato tra tutti gli odori, le risa, le frasi, le grida, le mamme, le bestie che cadono a terra sfinite, i cartelli con numeri enormi e lettere ancora fenicie. L’estate felice.

Di denti in cui puntellare la paura, il desiderio di una pelle diversa, la tentazione di un gusto. L’ingiusto colore della tua veste di spalle.

Ricordo.

E non mi fermo mai, una sarabanda esiziale, simbolo spirale di un’ennesima farmacopea.

Ricordo.

Di quando venne mezzogiorno. Poi il buio su tutta la terra. E ancora attendo.

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