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Perché riuniti a tavola

Ci capita a volte

Che da parole colte

Nasca una favola.

Leggendo un volumetto di poesie, intitolato Roma (lo trovate qui), offertomi in gradito dono da una mia cara conoscente – nonché autrice delle poesie – mi sono imbattuto nel termine “silfide”, che mi era estraneo. Ho imparato che sono geni femminili dell’aria, talvolta benefici, talvolta pericolosi, e fanno parte dei molti e strani esseri che popolano la mitologia germanica.
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Pare sia stato Paracelso – autore di cui lessi all’università il Paragrano e altri testi sulla medicina e l’ermetismo – a formalizzare la figura di queste creature diafane e sfuggenti individuandole in esseri invisibili che popolano i boschi e i venti. “Silfide” verrebbe proprio dal latino “silvestris”.

Ventoso è un aggettivo che ad ogni occorrenza non può non mandarmi a Petrarca, con la mente e con couv07l’avido desiderio di leggerne brani. L’ascesa al mont Ventoux – “chiamato giustamente Ventoso” – compiuta dal poeta assieme al fratello minore Gherardo, viene ripresa in una lettera indirizzata da Petrarca a Dionigi di Borgo San Sepolcro, frate agostiniano e rappresenta un esempio del virtuosismo letterario del nostro, oltre che una trasfigurazione simbolica attraverso la quale parlare della propria condizione esistenziale, nella forma di una conquista della salvezza o, almeno, dell’anelito verso di essa. Non a caso la data della lettere è il 26 aprile 1336, venerdì santo, instaurando in questo modo un primo nobile parallelismo con la figura di Cristo che sale al Golgota.

Le lettere del Petrarca sono spesso delle costruzioni letterarie e non sfugge a questa pratica la missiva di cui parlo qua. Nonostante l’affermazione contraria del suo autore, essa ha poco dell’immediatezza e trasparenza di una lettera scritta “raptim et ex tempore” (in fretta e di getto). Petrarca confezionò ad arte molte della sue lettere arricchendole di numerosi elementi simbolici utili a fornire un’immagine ideale (in questo caso quella di un uomo vinto dalle passioni che tenta un percorso personale di maturazione e redenzione); inoltre, Petrarca le pensò per una pubblicazione, le volle sistemare in un ordine preciso e dar loro una direzione che seguisse un preciso progetto pubblico che fosse, in qualche misura, autocelebrativo.

Mi interessa accennare, di questa lettera considerata – a ragione – capitale nella produzione di Petrarca, proprio a una finzione letteraria tra le più evidenti. Petrarca, arrivato in cima è sopraffatto dalla bellezza del visibile che si apre d’intorno, cede al pensiero delle sue tribolazioni, della battaglia interiore “durissima e incerta per il possesso di quel doppio uomo che è in me”, come scrive rivolgendosi al destinatario frate agostiniano; ed è proprio Agostino il protagonista involontario, il pretesto insomma, per la finzione di cui dico: racconta, il poeta, di aver aperto a caso il libro che portava con sé, Le confessioni, dono del frate destinatario, e di aver letto ad alta voce, per uso anche dell’attentissimo fratello, il brano che gli cadde sott’occhio e che dice:

E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi. [Agostino, Confessioni, X, 8, 15, Trad. it. di Ugo Dotti].

Una casualità a dir poco artificiosa ma funzionale e chiara rispetto all’intento di Petrarca, il quale cita molti altri autori all’interno della lettera, come auctoritates: Livio, Virgilio, Ovidio, San Matteo, i Salmi; in particolare, appunto, San Paolo e Agostino. Di quest’ultimo – ed è un ulteriore elemento di costruzione letteraria simbolicamente caratterizzata – riprende i’effetto di profondo mutamento interiore causato dalla lettura di un testo. Agostino, infatti, afferma nelle Confessioni:

Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: “Prendi e leggi, prendi e leggi”. […] Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: “Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze”. Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono[1].

Petrarca costruisce in questi modi una fitta trama di rimandi alla tradizione con l’intento di costruire la propria immagine di intellettuale e mostrare il suo esemplare percorso maturativo simile a quello di Agostino.

Ho trovato proprio ieri occasione di ripensare ad Agostino leggendo Il dizionario dei luoghi comuni di Flaubert, dove si può trovare questa voce:

GIANSENISMO: Non si sa che cosa sia, ma è molto chic parlarne[2].

Ora, al di là della spontanea e forse amareggiata constatazione che i tempi cambiano anche i temi di cui è chic discorrere in società, il Giansenismo ha rappresentato nel XVII e nel XVIII secolo una spina nel fianco per il cattolicesimo ufficiale proprio per il ritorno alla lettera – o a quella che così veniva considerata dal gesuita olandese Jansejanseniusn – di Agostino, in particolar modo in merito alla dottrina della predestinazione e della grazia. Jansen nel suo Augustinus, avvicinandosi a posizioni calviniste, affermava che l’uomo dopo il peccato originale non è più in grado di compiere il bene con le sue sole forze; la venuta di Cristo ha reso possibile non già la salvezza degli uomini, ma la possibilità che Dio conceda secondo la sua imperscrutabile e libera volontà, la grazia a certi uomini e non a altri, senza che vi si possa trovare una ragione. Anche il nostro Manzoni, tra gli ultimi, trovò nella concezione giansenistica del male radicale una chiave adatta per interpretare il messaggio cristiano e, così, illuminare quei conflitti interiori alla coscienza umana così spesso emergenti nelle sue opere.

Godi che re non sei, godi che chiusa

all’oprar t’è ogni via: loco a gentile,

ad innocente opra non v’è; non resta

che far torto, o patirlo.[3]

[1] Agostino, Le confessioni, Roma, Città Nuova, 1995 (20099), trad. It. di Carlo Carena, p. 195

[2] Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni, Milano, Adelphi, 1980, (200212), trad. It. Di J. Rodolfo Wilcock, p.61

[3] Alessandro Manzoni, Adelchi, VI, VIII, IX-X, 351-354

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