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La medicina è un’opera. Ora essendo

essa un’opera, l’opera testimonierà del suo artefice.

Paracelso

1634Similia similibus curantur: è questo il nocciolo della medicina secondo Paracelso, che trasferisce in ambito naturalistico-oggettivo un principio gnoseologico platonizzante e ermetico. Uomo e natura si integrano, secondo la visione omeopatica di  Paracelso, e su questo principio si basa, si deve basare, l’arte operata dal vero medico (in opposizione al falso medico, emanazione di Satana, alla denuncia del quale Paracelso dedica un’accorata opera che era al contempo anche un’autodifesa successiva al suo allontanamento dall’università di Basilea).

La natura aiuta se stessa e conoscerla significa anche sapere come essa operi nella malattia, secondo un processo spontaneo, senza intralciarla. Certo, Paracelso è, seppur teso verso il Rinascimento, ancora legato alla visione astronomica medioevale e ancora operante all’interno di un laboratorio alchemico in cui tentare di riprodurre i processi vitali della natura, del mondo, in cui c’erano forze in perpetua trasmutazione.

Il fondamento su cui io costruisco e del quale procedono i miei scritti, lo stabilisco su quattro colonne, cioè la filosofia, l’astronomia, l’alchimia e la virtù.[1]

È bene intendere che l’alchimia è quella téchne che serve a portare a compimento il lavoro della natura, in una visione dunque di grande collaborazione tra uomo e mondo. Dice Paracelso:

Giacché la natura è così sottile e sagace nelle sua cose che non vuol essere adoperata senza una grande arte; essa infatti non porta nulla alla luce che sia già di per se stesso compiuto, è l’uomo invece, che deve portarlo a perfezione. Questo perfezionamento si chiama alchimia.[2]

È come se il cosmo si ricapitolasse nella mente dell’uomo-medico-alchimista.

Eppure la sua idea così lontana da qualsiasi struttura rigidamente dualistica e aperta ad una concezione del mondo in cui tutto è a tutto abbracciato, in cui immaginazione e desiderio si legano, così come legato è il visibile all’invisibile, lo spirituale al corporeo non può che continuare a interessarci ancora oggi e forse soprattutto oggi che è necessario dedicare un’attenzione diversa al proprio benessere.

Visto da Paracelso il centro dell’universo è l’uomo, non già in una semplicistica (e, lo abbiamo visto declinato nella historia rerum gestarum, esiziale) visione egoisticamente antropocentrica, ma nell’esaltazione della potenzialità creatrice dell’uomo che emulando l’attività di Dio concorre al perfezionamento dell’universo stesso. A salvaguardare questa attività dalle derive maligne è l’obbligo morale di mantenersi fedele alla “verità”: è questa l’ideale (idealizzata?) figura del medico, sottomessa alla responsabilità e all’amore per il proprio simile che lo guidi verso conoscenza e opera: l’opera guidata dalla conoscenza; la conoscenza finalizzata all’opera[3]. Si capisce che in questa congiunzione sta il ripudio delle opposte pratiche di quanti, da un lato, sperimentano non guidati da alcun fondamento; dall’altro, di quanti disconoscono il valore della verifica e salmodiano una serie di ricette[4] che discendono da spurie teorie pedantesche (libresche).

Cosa dice a noi uomini del XXI secolo Paracelso, alchimista-mago-medico-filosofo del 1500? Forse poco, stante la sua perentoria e continua ricerca di conoscenza, insaziabile, doverosa per uno che aveva posto al sommo della scala dei valori la verità e a fondamento della sua prativa la virtù[5], intesa come perfezionamento. Oppure potrebbe dirci molto, se accostassimo le sue difese e le sue accuse («espressioni radicali» le definisce nel Paragrano[6]) come un monito capace di risuonare in questi tempi di dilapidazione delle parole, di asserzioni prive di fondamento, di inesausta rincorsa al minimo.

[1] Paracelso, Paragrano, Torino, Boringhieri, 1961, p. 35, trad. It. di Ferruccio Masini

[2] Ibid., p. 190

[3] «L’opera è un’arte. L’arte dà il sapere riguardante l’opera, nel senso che l’arte agisce e, per mezzo del sapere, realizza l’opera», cfr. Paracelso, Contro i falsi medici, Roma-Bari, Laterza, 1995, pp. 13, trad. It. Di Massimo Luigi Bianchi.

[4] Nella prefazione alle sue Sieben Defensiones Paracelso li definisce «medici poetici, retorici compilatori di ricette, nebulosi preparatori di farmaci». Cfr. Paracelso, Contro i falsi medici, cit., pp. 7-8

[5] «E la quarta colonna sia la virtù e resti nel medico fino alla morte, essa chiude in sé e conserva le altre tre colonne», Paracelso, Paragrano, cit., p. 38

[6] Ibid., p. 32

 

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