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Una delle cose che preferisco, di un viaggio, appartiene al ritorno ed è il momento di aprire le valigie. C’è sempre una valigia – normalmente è il bagaglio a mano di mia moglie – in cui sono stati messi i souvenirs e io resti; che sono, spesso e volentieri, cose per noi: matite per la collezione (di mia moglie), cartoline, magneti, bottiglie strane,

Mappa degli autobus di Austin

Mappa degli autobus di Austin

biglietti da visita, carte fedeltà, libri per la collezione (mia), ricettari, ammennicoli di vario genere, mappe. Mi piace molto mettere tutto in ordine sopra il tavolo, mentre nell’aria si diffonde l’odore stantio che prendono i vestiti chiusi per ore in un bagaglio. Di questo insieme disordinato di cose, ognuna ha qualcosa di specifico da raccontare, ma le mappe sono le più interessanti.

Parte del loro fascino sta nella loro progressiva inattualità. C’è googlemaps, a cosa serve una cartina? Cosa dice una cartina di necessario? Forse nulla, forse è qualcosa di destinato a scomparire, come per esempio accade in aziende di promozione turistica italiane che hanno smesso di stamparle. Eppure le mappe, in qualche modo, parlano, raccontano. C’è una bella lettura di Baricco che parla della mappa della metropolitana di Londra, la vedete qui. Funzionano nel tentativo di disegnare il territorio in modo semplificato e in riferimento all’uso che se ne farà e non tutte le mappe sono uguali, similmente dettagliate. Dall’ultimo viaggio negli States, in Texas, abbiamo portato a casa una decina di queste mappe e un paio sono dell’azienda dei trasporti e rappresentano le linee degli autobus.

Luke Skywalker

I’m your father.

Alla reception dell’Hotel – che si trova in un quartiere residenziale e commerciale a sud del centro di Austin – avevo chiesto come avremmo potuto raggiungere il centro e la ragazza ci aveva risposto: con Uber o chiamando un CAB. Alla mia richiesta di dove fosse invece la fermata dell’autobus, lei, con la faccia di Luke Skywalker dopo la rivelazione di Darth Vader, mi confessa che sì, esistono, ma mi sconsiglia di usarli perché non funzionano.

E infatti noi, ascoltandola, andiamo a prendere l’autobus. La fermata dista neanche dieci minuti a piedi. Non ci sono gli orari appesi, ma puoi entrare nel sito e digitare il numero della fermata per sapere quanti minuti macano al prossimo; oppure puoi chiamare il numero verde; oppure puoi usare il QR reader. L’autobus passa, la conducente ci accoglie sorridendo e salutandoci, e ci spiega come fare il biglietto a bordo (quello che vale 24 ore, e permette di viaggiare su tutti i mezzi e sull’intera linea urbana, costa due dollari e cinquanta). L’autobus è climatizzato, i sedili sono larghi, non c’è

Horse-Drawn-Omnibus

Un Omnibus del trasporto pubblico degli Stati Uniti, dove si diffuse dagli anni 20 dell’800. La parola autobus deriva dall’unione di Auto(mobile) e (Omni)bus.

alcuna confusione. Quando i passeggeri scendono alla loro fermata, salutano e ringraziano la conducente, che ricambia. Questi aspetti si ripetono anche in tutti gli altri viaggi che abbiamo fatto in autobus. Quando siamo in giro, se possiamo, noi usiamo gli autobus (o la metro, certo). Perché è dentro gli autobus che ci sono, come il nome vuole, le persone, di tutti i tipi. Vedi come si comportano, come chiacchierano coi vicini, come si isolano fissando schermi di telefoni o tablet o pc; come si isolano parlando da soli, persi in stereotipie incredibili o in tic che paiono noti; in autobus spii il modo di approcciare e di negarsi, di fingere e di curiosare. Vedi vestiti, abbinamenti arditi, stili intriganti; percepisci odori e profumi; soprattutto, incontri sguardi che ti aiutano a capire come sei, perché ti vedi riflesso in quelle espressioni di indifferenza o curiosità, stupore o noia, e in quei quasi impercettibili movimenti del corpo che svelano che per un istante l’altro voleva scambiare una parola, risolvere un dubbio, farsi gli affari tuoi e poi, chissà perché, si è trattenuto.

Non come il tassista che ci aveva accompagnato dall’aeroporto all’hotel, tenendoci per tutto il viaggio in balia delle sue considerazioni sugli immigrati, clandestini e incapaci di parlare la lingua inglese che lui teneva nel massimo conto, tanto da usarla per esprimere anche le più trite considerazioni.

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