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Come nasce questo post

Ci sono storie di musica, dietro la musica. Ogni tanto capita di scoprirne una e di farsi travolgere.

A me è capitato stamattina, con Doc Pomus.

Stavo ascoltando, in auto, un disco di successi dei Drifters e uno di questi non poteva non essere Save the last dance for me, cantata dal gruppo nella sua seconda formazione, quella con Ben Earl Nelson (non ancora noto come Ben E. King). La loro versione, la prima incisa, è del 1960; il brano, notissimo, è stato oggetto di svariati rifacimenti. Recentemente – ma non così tanto come vorrei credere, visto che era il 2005 – l’uomo cover per eccellenza Michael Bublè ne ha fatta una versione che, come sempre, non aggiunge alcunché all’originale. Se interessa scendere negli oscuri anfratti del destino di una canzone, potete cercarvi la versione italiana (con testo tradotto, per dire), cantata dall’insopportabile Shel Shapiro coi Rokes, un caso che fa pensare: inglesi che pur di trovar lavoro sono venuti in Italia. Altri anni.

Autori di questa fortunata hit sono Doc Pomus, pseudonimo di Jerome Solon Felder, e Mort Shuman, nome vero. Il primo è il paroliere, il secondo il musicista. Una coppia affiatatissima che ha licenziato un numero importante di successi, scrivendo anche per Elvis, per Ray Charles, per Bobby Darin, prima di lasciarsi nel 1965, anno in cui Shuman decise di seguire alcune sirene parigine, vagheggiando un successo che in realtà non gli arrise.

Sui casi della vita e su come Doc Pomus divenne un cantante blues

Quando aveva 6 anni, la madre lo aveva spedito ad un campo estivo per evitare che fosse contagiato da un’epidemia di paralisi infantile (Poliomelite), ma una mattina si svegliò incapace di muovere le gambe. La malattia lo aveva inseguito. Costretto a letto e terrorizzato dall’idea che gli amputassero le gambe, Doc maturò un forte e profondo interesse per la musica, soprattutto Jazz e Blues. Fu l’ascolto in questa giovanissima età di Piney Brown Blues di Big Joe Turner, uno di quelli che stanno alla base del Rock, a far

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scoccare qualcosa dentro al bambino, mostrandogli la direzione che avrebbe preso la sua vita; e se Big Joe fu la spinta, la sera che Doc diventò un vero cantante blues se ne stava in un nightclub, senza soldi anche per una sola birra, quando il proprietario gli chiese che facesse lì. Doc disse di essere un cantante blues, così il proprietario gli disse di fargli sentire qualcosa. E lì c’era la band di Frankie Newton e c’era anche Frankie Newton uno dei più grandi trombettisti jazz, e andò che cantò così bene che gli chiesero di tornare e di cantare ancora. Fu così che Doc Pomus divenne un cantante blues, bianco, ebreo, appoggiato a due stampelle di legno.

 

Di come divenne un song-writer e di come scrisse una delle 25 canzoni più famose di sempre

Una sindrome post-polio esacerbata da una caduta accidentale lo relegò per sempre su una sedia a rotelle e mentre il suo peso cresceva senza freno (in ultimo arrivò a pesare 300 libbre) per guadagnarsi da vivere decise di dedicarsi alla scrittura di canzoni, mostrando doti di scrittore abilissimo e non solo. Fu lui, ad esempio, a introdurre Lou Reed nel mondo della musica (e Reed, che gli restò sempre amico, gli dedicò il bellissimo Magic and loss). Famosa è rimasta, inoltre, la sua passione per il gioco d’azzardo (disse che scrivere canzoni è come giocare d’azzardo), che per un periodo lo tenne lontano dal mondo della musica. Il caso, ancora lui, volle che nell’hotel in cui Doc Pomus viveva, a New York, capitasse una giovane aspirante attrice proveniente da una piccola cittadine dell’Illinois. Era giovane, s’è detto, e bellissima; e lui era dirompente e ci sapeva fare, anche sulle stampelle. E si innamorarono e si sposarono e fecero la festa di nozze e, come suole, venne il tempo dei balli e i due sposini avrebbero dovuto ballare insieme ma Doc non poteva farcela perché, nonostante le nozze e nonostante l’amore, era sempre costretto a usare le stampelle. Incoraggiò però la moglie, Willi Burke, a ballare, la implorò finché lei non concesse un ballo al cugino, e poi un altro al padre e poi un altro e un altro e un altro ancora ai vari invitati.

E Doc Pomus guardava, seduto, un accenno di sorriso d’orgoglio sulle labbra, un velo di malinconia sugli occhi.

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Anni dopo, in una notte dominata dall’alcool, Doc si mise a buttare giù frasi per quelle che sarebbero potute diventare canzoni; scelse di scribacchiare sul cartoncino di alcune partecipazioni di nozze che gli erano rimaste. Se, come dice Capossela, i ricordi sono come monete perse al gioco della memoria, in questa mano di Doc ecco spuntare le famose parole capaci finalmente di dare conto di quell’orgoglio e di quella malinconia:

 

You can dance every dance with the guy

Who gives you the eye and let him hold you tight

You can smile every smile for the man

Who held your hand ‘neath the pale moonlight

But don’t forget who’s taking you home

And in whose arms you’re gonna be

So darlin’ save the last dance for me.

 

the-drifters-save-the-last-dance-for-me-1960Il brano, che inizialmente stava per essere inciso dal pur serio teen idol Jimmy Clanton (poi “risarcito con Go Jimmy go), venne affidato ai Drifters, che sulle prima l’avrebbero fatto uscire come B-SIDE cosa che, a quesi tempi, voleva quasi dire farlo finire presto nel dimenticatoio. Pare sia stato il grande Dick Clarck (allora conduttore di quell’American Bandstand che ha avuto il merito di presentare e far digerire il nascente Rock&Roll agli Americani, facendo esordire moltissimi musicisti; fu on stage fino al 1987!) a capire che il brano era potente e a consigliare di farlo uscire come A-SIDE. Lo stesso Doc lo racconta qui.

 

Ci sono storie di musica, dietro la musica e che non sempre la musica racconta.

E siccome sono italiano mammone, ma di mammoni è pieno il mondo, vi lascio con una versione live un po’ speciale.

 

 

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