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Give me back the Berlin wall
Give me Stalin and St Paul
Give me Christ
or give me Hiroshima
Destroy another fetus now
We don’t like children anyhow
I’ve seen the future, baby:
it is murder
[…]
When they said REPENT REPENT
I wonder what they meant
When they said REPENT REPENT
I wonder what they meant
When they said REPENT REPENT
I wonder what they meant

Leonard Cohen – The future

Il 25 ottobre del 1990, l’anno dopo la caduta del muro, l’urna con le ceneri di Jan Palach venne spostata da Všetaty a Praga, tornando finalmente al luogo di cui lo studente e patriota cecoslovacco è simbolo.

La storia

Il 16 gennaio del 1969 Jan Palach si era dato fuoco in piazza San Venceslao, nel centro di Praga, come protesta contro la situazione di stagnante disperazione della propria gente dovuta all’asfissiante presenza delle forze d’occupazione russa, culminata nella repressione che il regime sovietico aveva perpetrato nei confronti della cosiddetta Primavera di Praga, dell’anno prima; con questo nome ci si riferisce al tentativo da parte del partito comunista cecoslovacco – e del suo leader Alexander Dubček – di instaurare un socialismo dal volto umano, lontano dalle derive autoritarie della linea sovietica (e di quanti, tra gli aderenti al Patto di Varsavia, la seguivano).

Il gesto ebbe risonanza grandissima in patria e all’estero. Al funerale, che il regime sovietico non potè impedire, certo, ma nemmeno far passare sotto silenzio, parteciparono circa seicentomila persone. Negli appunti che Palach fece in modo di salvare dalle fiamme, chiudendoli in una borsa a tracolla che tenne lontano dal luogo in cui si cosparse di benzina e si incendiò, egli scrive della presenza di un gruppo organizzato, il quale avrebbe mandato a morte, allo stesso modo, un membro per volta, per protesta, fino a che le richieste non venissero esaudite; Palach chiama questi martiri “torce umane”. Non si sa se esistesse davvero questo gruppo oppure se coloro i quali si bruciarono vivi per protesta in seguito (sotto il silenzio degli organi di informazione) fossero invece emuli di Palach, colpiti e istigati dal suo gesto esemplare.

L’esempio

È noto un brano di Francesco Guccini, intitolato appunto Primavera di Praga, nel quale il cantautore accenna a Palach e crea un legame lungo più di cinque secoli con un altro grande nome – e martire – della terra boema: Jan Hus. L’uno, teologo, predicatore e riformatore religioso, contrastava la corruttela della chiesa cattolica (val la pena ricordare che visse durante lo scisma d’Avignone, con la contemproanea presenza di tre papi, e durante il periodo della vendita delle indulgenze) e richiamava la necessità di un ritorno alla Chiesa di Cristo; l’altro, giovane studente, sensibile alla rassegnata sofferenza del proprio popolo, richiedeva venisse meno la censura del regime sovietico; l’uno, venne processato e messo al rogoa Costanza, attiratovi con false promesse; l’altro si tolse la vita; entrambi avevano un corso di studi filosofico; entrambi divennero martiri e simboli del proprio paese; entrambi, infine, valgono come esempio di una lotta contro un pensiero unico incapace di contenere ed affrontare le dissidenze.

Damnatio memoriae

Un regime non può che operare affinché venga estirpata l’eresia presente al proprio interno. Ne consegue un’operazione che può attuarsi lungo due direttrici: se da un lato si può procedere con l’attribuzione di onori massimi ai propri “eroi” (è quella che i Romani chiamavano Apoteosi e che i fascismi hanno ben appreso), dall’altro si procede a dannare la memoria dei reprobi. Accadde, per tornare a noi, sia nel caso di Hus, sia nel caso di Palach.

Il rogo di Jan Hus
“L’esecuzione di Jan Hus” di Ulrich Richental – Konstanzer Konzilschronik. con licenza Public Domain via Wikimedia Commons.

Petr da Mladoňovice fu testimone del processo e dell’esecuzione di Jan Hus, e ci lasciò uno scritto intitolato Relatio de Magistro Johanne Hus, in cui possiamo leggere le cose per come sono andate (è doveroso un atto di fede nei confrotni del cronista). Sappiamo che venne vestito con dei paramenti sacri e gli venne dato in mano un calice; il rituale prevedeva infatti che prima del rogo venisse denudato e gli venisse tolto di mano il calice come segnale del suo allontanamento dalla fede e del suo commercio con gli Ebrei (il calice simboleggiava la redenzione). Nudo, fu incoronato con una corona di carta su cui erano stati disegnati tre diavoli. Poi venne issato, legato ed arso vivo, mentre recitava dei salmi. Slegarono poi il cadavere bruciato e portarono altra legna, per bruciare ancora i resti. Poi spaccarono ossa e testa con dei bastoni, infilzarono il cuore e lo tennero sul fuoco fino a ridurre anch’esso in cenere. Infine:

Et tunicam…iecerunt una cum sotularibus in ignem, dicentes: ‗Ne forte Boemi illud pro reliquiis habeant…‘ Et sic una cum singulis dictis ticionum cineribus cuidam carruce imponentes, ad Reni flumen vicinum ibidem dimersum proiecerunt.

Bruciarono insomma anche le vesti perché non potessero fungere da reliquia e raccolte tutte le ceneri le buttarono nel Reno.

Inizialmente, Jan Palach, morto tre giorni dopo l’eclatante gesto, era stato seppellito nel cimitero di Olšany, ma non passò molto prima che il suo riposo venisse interrotto e così la pace che i suoi cari cercavano di darsi.

“Vorrei segnalare la spiacevole situazione che viene a crearsi costantemente in occasione di diversi anniversari attorno alla tomba di Jan Palach al cimitero di Olšany. Il luogo è punto di ritrovo di individui anti-socialisti e ostili, inclusi visitatori stranieri provocatori, muniti di visto turistico. E’ stato così anche quest’anno, in occasione del 5° anniversario dell’intervento delle forze alleate del Patto di Varsavia per aiutarci a fronteggiare la controrivoluzione: in questo luogo si svolgono, in varie modalità, manifestazioni contro l’attuale governo. Ogni giorno sia visitatori stranieri che nostri cittadini tengono una condotta tale da rendere necessaria una soluzione in accordo con le nostre leggi.”

[Dalla proposta del vice-comandante dell’Amministrazione centrale della Polizia di Stato di Praga Magg. Karel Kupce per il trasferimento della tomba di Jan Palach, 6 settembre 1973]

(questo testo si trova, assieme a molto altro, qui)

A questo seguì il 22 ottobre dello stesso anno la riesumazione del corpo e la cremazione dei resti. Lì venne posta un’altra lastra tombale, con un altro nome, mentre l’urna contenente le ceneri venne consegnata ala madre, Libuše Palachová, che nel marzo del 1974 potè collocarla nel cimitero di Všetaty.

Monumento in Piazza San Venceslao
Fotografia del monumento a Jan Palach e Jan Zajíc, 2008 (Foto: Viktor Portel)

E così torniamo a quel giorno d’ottobre del 1990, di cui oggi è anniversario. Sia Hus che Palach sono ricordati nella capitale della Repubblica Ceca con un monumento. Il primo è nella Piazza centrale della città vecchia, mentre il secondo si trova in Piazza San Venceslao. Forse non è peregrino notare che questa piazza, dove Palach si è dato fuoco, è intitolata a Venceslao I che, non ancora santo ma solo Duca di Boemia, fu il responsabile nel X sec. d.C. dell’opera di diffusione – nella sua patria che era stata fino ad allora pagana – di quel Cristianesimo cattolico nei confronti del quale Hus si propose come primo riformatore.

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