Ricordo

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Ricordo.

Che tu sai che c’è e non trovi. Di notte, nel viatico approntato in fretta per il sonno,  sperando sogni, cedendo al buio.

Che rimanda a fumide mattine nei campi di casa, quelli che da nonno coltivi, da padre intravedi, da figlio disconosci.

Che sfianca, indefettibile, come un’ostensione continua del peccato all’impenitente. Il continuo mentire delle parole.

Ricordo.

Un volto, una goccia di sale sul viso assaggiata nel pianto, un’ansa di carne smerigliata dal sole isolano.

I colori sbiaditi di vecchie stampe, della gita, della comunione, della festa, della vita.

Ricordo.

Una misericordia al mercato tra tutti gli odori, le risa, le frasi, le grida, le mamme, le bestie che cadono a terra sfinite, i cartelli con numeri enormi e lettere ancora fenicie. L’estate felice.

Di denti in cui puntellare la paura, il desiderio di una pelle diversa, la tentazione di un gusto. L’ingiusto colore della tua veste di spalle.

Ricordo.

E non mi fermo mai, una sarabanda esiziale, simbolo spirale di un’ennesima farmacopea.

Ricordo.

Di quando venne mezzogiorno. Poi il buio su tutta la terra. E ancora attendo.

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Polvere. Un antidoto all’omologazione.

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Capture2Pig-Pen. Non è certamente il personaggio più famoso dei Peanuts, nonostante sia inconfondibile. Nemmeno è il più fortunato, se è vero che non ha un nome proprio e se è vero che perfino il suo creatore, Schultz, si è pentito di averlo ideato e lo ha fatto scomparire (l’ultima sua apparizione, con addio, è del 1999). Eppure Pig-pen rappresenta, come Linus e Charlie Brown, un tratto inalienabile della nostra natura (o meglio, cultura); di questo ne è consapevole egli stesso, come emerge chiaramente da una battuta da una delle sue prime apparizioni in una strip:

I have affixed to me the dust and dirt of countless ages…who am I to disturb history?

Fino all’ultimo saluto, nel quale si mostra stranamente imbarazzato e confuso, Pig-pen ha sempre guardato alla propria sporcizia e alle nuvole di polvere che alza ad ogni movimento, con orgoglio e fierezza, consapevole dell’inevitabile destino delle cose umane che nascono per scomparire, per essere dimenticate, accorto che la storia accade, a guardarsi indietro, con il moto presto e violento di un’orda di barbari. Di questo passaggio in terra Pig-pen, o meglio il suo corpo, è testimone è indizio, prova, testimonianza.

Pig-pen è la soffitta, la cantina che ciascuno di noi ha in casa e nella mente, il luogo reietto dove si depositano cose, fatti, emozioni per diventare favole, misteri, segreti, cose innominate e dunque pericolosamente insignificanti.

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Tutti noi siamo coperti di polvere e solleviamo nuvole quando agiamo, ci spostiamo, parliamo, viviamo insomma. Ci portiamo davvero addosso lo sporco delle generazioni passate, dei nostri padri e madri, dei conosciuti, dei  dimenticati, degli avuti. Il che non è necessariamente un male; il che porta a dire che alcune cose vanno lasciate nel posto in cui sono, sotto allo spesso strato di caligine che le ha ricoperte:

Intorno a quella che rideva illusa

nel ricco peplo, e che morì di fame,

v’era una stirpe logora e confusa:

topaie, materassi, vasellame,

lucerne, ceste, mobili: ciarpame

reietto, così caro alla mia Musa!

 

Tra i materassi logori e le ceste

v’erano stampe di persone egregie;

incoronato dalle frondi regie

v’era Torquato nei giardini d’Este.

“Avvocato, perché su quelle teste

buffe si vede un ramo di ciliege?”

 

Io risi, tanto che fermammo il passo,

e ridendo pensai questo pensiero:

Oimè! La Gloria! un corridoio basso,

tre ceste, un canterano dell’Impero,

la brutta effigie incorniciata in nero

e sotto il nome di Torquato Tasso!

[Guido Gozzano, La signorina Felicita, IV]

Oltre al ciarpame, però, sta quella parte della storia che è la nostra storia, che brucia ancora i nostri occhi, che puzza al nostro naso e punge alla nostra lingua, aspra.La polvere, lo sporco, ci differenziano. Senza di essi, esattamente, chi saremmo?

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La polvere sta nel destino dell’uomo, ne costituisce l’atmosfera, quella che potremmo definire aria di casa. Sta alla volontà di ciascuno, credo, assumersi l’onere di questo destino e prendersi cura dela polvere, così come essa si è presa cura delle cose. Ogni scrittura, soprattutto ogni scrittura di sé, ha questo di avventuroso: è come un’archeologia spinta nei bassifondi di quel tempio che siamo, di quel tempo che siamo. In ciò sta anche il suo essere sempre fuori orario.

La mia parte migliore si destò e tutto quello a cui aspiravo negli oscuri recessi del mio essere affiorò in quel momento alla coscienza. Davanti a me c’era la muta tranquillità della natura, indifferente alla grande città; oltre queste strade, attorno a queste strade, c’era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto. [John Fante, Chiedi alla polvere, trad. It di Maria Giulia Castagnone]

 

Una giustizia a metà

Da spenderci un po’ di tempo

metagrapho

OVVERO, DI QUANDO I CAPI PRIMA MENTONO, POI TRADISCONO I PATTI, INFINE FUGGONO CON LA CASSA PER RICOMINCIARE SOTTO ALTRO NOME COME SE NULLA FOSSE.

Mettetevi comodi, perché questa volta vi racconto una favola; una bella lunga, che apparentemente finisce bene, anzi benissimo; ma siccome la realtà supera sempre l’immaginazione, e tutto quello che state per leggere è avvenuto nel mondo reale (il sottoscritto si è limitato a cambiare dalla prima alla terza persona il racconto della diretta interessata e ad aggiungere qualche integrazione secondaria, ottenendo l’imprimatur definitivo per ospitarlo qui), il finale cambierà di segno repentinamente e si tramuterà in un epilogo amarissimo e tuttora inconsolabile. Quindi attenzione: non è una favola per addormentarsi tranquilli, ma per farvi destare bruscamente dai vostri sonni troppo placidi, convinti che Renzi sia riuscito finalmente a far imboccare all’Italia la strada giusta della ripresa che ci fa uscire dal tunnel eccetera eccetera eccetera!

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«Mi affaccio alla grotta e guardo». L’arte e l’attualità del reportage di Goffredo Parise.

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«Mi affaccio d125fa1ed9184f8a4eb3aa3dabb3b1aa_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyalla grotta e guardo»; così scrive Goffredo Parise ad un certo punto del suo resoconto dal Laos, contenuto nel volume Guerre politiche (Adelphi 2007, pp. 275). La grotta è il luogo fisico in cui Parise soggiorna nella capitale del paese ai confini di Cina e Vietnam; ma la grotta è anche quella in cui figurativamente rimane rinchiuso l’occidentale che si trovi, sperduto, a soggiornare in questo territorio e che cerchi di soddisfare la propria volontà e curiosità: di sapere certo, di capire soprattutto. Sfamato con poche informazioni, ragguagliato con scarni dettagli, sempre con l’impressione di essere accolto nella stanza del sapere solo per poter dare brevi e poco soddisfacenti occhiate, a cimeli più che a fatti e comunque solo a ciò che altri vuole sia reso palese.

Se questa è la sensazione Parise qui e altrove cerca di spingersi oltre, di scardinare, di buttare l’occhio e rubare, di spingere l’intelletto a carpire e ricostruire per riconsegnare. E di questo abbiamo testimonianza viva in questo volume che raccoglie quattro diverse esperienze di inviato in zone di guerra, zone pericolose sia per l’estremità dei luoghi, sia per la fragilità degli appoggi, sia certo per la costanza e forza delle guerre – che a volte sono guerriglie – in atto.

In zona di guerra lo sguardo è l’arma propria dello scrittore in terra straniera  che deve, prima di affidarsi alla capacità affabulatrice, inventare e cioè affidarsi all’inventio per poter fare il resoconto attendibile e ad un tempo onesto che gli viene in qualche modo richiesto da casa:

Questo catalogo o itinerario dello sguardo mi fa sentire via via meno isolato e meno estraneo di prima. Mi fa sentire, diciamo così, un po’ meno condizionato dagli agi (e dalle disperazioni) della civiltà occidentale che ho abbandonato da pochi giorni e un po’ più vicino alle antiche misure naturali dell’uomo che, come tutti noi, ho abbandonato da secoli.

E uno sguardo diverso da quello esercitato dagli ospiti, soprattutto se di rango appena superiore a quello dei (tanti) poveri o (molti) poverissimi. In più luoghi del libro si leggono affermazioni di questo tenore:

Parla (scil. Sisana Sisane, un membro del comitato centrale del Laos) molto bene il francese ma preferisce parlare laotiano e comunicare attraverso Sombat, l’interprete. Ufficialità che si incontra spesso in tutti i paesi comunisti, specialmente asiatici. Di solito non si tradiscono subito come lui, chi parla lingue occidentali finge di non conoscerle (capendo invece tutto) fin dall’inizio. E intanto guardano, ascoltano e si fanno un’idea.

Una posizione difensiva, questa, che mostra molta cautela, se non totale sfiducia, verso lo straniero, l’ospite, il giornalista che vuole conoscere. In un certo senso sono due modi opposti di stare e di guardare e di parlare; per Parise il linguaggio (cercato in) comune è un traballante appoggio alla sua attiva ricerca che viaggia attraverso gli occhi; per i personaggi come Sisane è viceversa l’occhio che conferma ciò che la lingua compresa di nascosto ha già suggerito.

E tuttavia sbaglierebbe chi credesse che la forza di queste narrazioni venga dai fatti visti, dai dati acquisiti e memorizzati, dalle testimonianze ascoltate o dai segreti svelati da un capo compiacente; Parise, oltre la pragmatica di rito, ha un’indelebile fiducia nell’uomo e soprattutto nel vinto, nel povero, in chi ha ancora una cristallina tensione alla relazione umana. Per questo nei suoi racconti Parise parla molto di sé, fuggendo l’utopica oggettività di uno scribano mandato altrove a catalogare (provviste, cibi, abitudini, piante, dialetti) e rendicontare (morti, razioni, munizioni, ore, attacchi etc.) cn tassonomica e fredda maestria. Parise racconta e nel racconto traspare l’esigenza che la relazione sia scambio e preveda una reciproca apertura.

Dopo aver visto e guardato parti dell’Asia per anni successivi e sempre, come dicono gli asiatici, trop pressè, dopo aver percorso la loro terra con le mie gambe, dopo aver toccato gli alberi e il riso, dopo aver guardato i loro occhi e le loro mani e il loro modo di apparire e di sparire sia nella realtà che nel ricordo, ho imparato che, alla fine di un viaggio, non sono i “dati”, le “informazioni”, o la ragione analitica che contano, bensì sempre e soltanto il sentimento che si prova verso gli uomini e le cose che l’occasione, e ancora di più il caso, ci ha fatto incontrare. Il resto, tutto il resto, di cui scorrono vani e presuntuosissimi fiumi di inchiostro, non conta nulla. La mano sulle reni di una contadina curva al tramonto in una minuscola risaia nell’attimo in cui si leva, si deterge il sudore con l’altra mano e sorride; l’attimo di un bambino che non ha mai visto un occidentale e va dritto a sbattere contro un alberello e fa finta di niente; l’attimo in cui un vecchio vìetminh in pensione smarrisce lo sguardo calmo negli alberi in riflessioni che noi non conosceremo mai; o quello in cui una vecchia che dorme sulla sua stuoia si leva all’ap-parire dello straniero e accenna, soltanto accenna con un tocco, a riassestarsi i capelli e subito dopo intreccia le dita non sapendo fare altro che presentarsi, ormai, così, com’è; o quello in cui il perentorio e icastico commissario politico mostra la schiena curva e già vecchia e si concentra a non scivolare sulle rocce umide: tutti questi attimi, la somma di questi attimi, sono l’essenza di quel paese.

Quello che interessa a Parise in quanto scrittore, quello che lo spinge e muove i suoi passi è non già la ricerca di quella che è la verità dei fatti (politici, storici), ma la realtà di ciò che quei fatti hanno provocato nelle persone, e soprattutto, tra i molti, in quelli che sono i poveri, gli umili, lo strato povero della società che mostra dunque una realtà ed una verità di sentimenti ed emozioni che permettono di fare passi avanti nella comprensione della vita e, dunque sotto un certo rispetto, della storia. Dice altrove Parise per spiegare ciò che si instaura tra gli esseri umani – non sempre, ci mancherebbe, ma dunque prezioso proprio perché sporadico – e fonda la relazione:

Ma è necessario stabilire (se il destino lo vuole) quella non programmabile unità di misura che si chiama simpatia; e che nessuna ufficialità o burocrazia al mondo (salvo in Cina) riuscirà mai ad estirpare dal cuore degli uomini.

La notizia per lo scrittore sta là dove alberga non la finzione, il soldo, la burocrazia e la forma; bensì dove sogni e speranze continuano nonostante i lutti e le sofferenze subiti come torti, imposti come comando, accolti come destino. In fondo giace qui un’idea diversa di politica, un’idea forse che allunga le radici in altri tempi in cui il governo della cosa pubblica aveva chiaro in mente, innanzitutto, cosa fosse pubblico e cosa, anche e di più, fosse comune:

Quando uno scrittore decide di partire verso un paese sconvolto da avvenimenti politici e da azioni militari ciò che lo spinge al viaggio non è la passione polìtica o la passione militare: è la passione umana […]. Il fine è quello dì partecipare, come per una trasfusione, di quel sentimento molto più confuso, molto meno schematico, ma certamente più “eterno” che, nell’insieme delle sue componenti, domina il popolo di quel paese sconvolto e da avvenimenti politici che sono andati in un certo modo e da azioni militari che si sono concluse in un certo modo.

sabato 17 ottobre – Ore 18 – palazzo Bomben – Treviso

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Vi aspetto a Palazzo Bomben, sabato, ore 18 per la presentazione di Scrittura cuneiforme, romanzo di Kader Abdolah.  Un’occasione imperdibile per conoscere un autore unico del panoramo latterario europeo.

Di seguito una mia nota di lettura.

KABDOLAHCUNEIFader Abdolah, Scrittura cuneiforme (Tit. Or. Spijkerscrift, 2000)
Iperborea, Milano, 2003.

Traduzione e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo.

Se non vi è ancora capitato di leggere Kader Abdolah dovreste farlo. Non solo per la scrittura dell’autore, fluida e piacevolissima. Dovreste leggerlo perché siamo di fronte ad una rara capacità di scriversi e di riscriversi, ad ogni romanzo, costruendo in qualche modo una biografia letteraria di incredibile forza stilistica, poetica, immaginifica.

Scrittura cuneiforme, il romanzo che presenteremo a Carta Carbone, mescola ai fatti storici (la rivoluzione iraniana di fine anni ‘70, la caduta dello Scià e l’arrivo di Khomeini, il rapporto particolarissimo tra potere religioso e potere politico…) la verità letteraria che non è soltanto finzione. La cifra, ripeto, di Kader Abdolah è quella di inventarsi continuamente dovendo, egli per primo, tradursi: Kader Abdolah è rifugiato politico in Olanda, fuggito dal regime iraniano e in Olanda riesce finalmente ad imporsi a livello internazionale come scrittore. Rispetto a questo viaggio, a questa fuga, egli vive un profondo sentimento di colpa, come se avesse avuto la libertà scegliere di rimanere e avesse optato per la viltà. Non è così naturalmente, e la sua attività di scrittore è una continua elaborazione di questo tema oltre che, come detto, una faticosa operazione di traduzione di sé e della propria tradizione nei termini di un linguaggio che è nuovo in un paese così diverso dal paese d’origine: quell’Olanda che per certi versi è simbolo della libertà in Europa, paese dove sembra tutto possibile, dove le remore vengono meno, ma paese abitato da persone molto diverse, per attitudini e carattere, ai compatrioti di Kader Abdolah. Anche questa differenza emerge dal romanzo, così come la sorpresa del personaggio/autore che deve fare continuamente opera di aggiustamento di sè.

Il romanzo ha momenti, molti, di grande poesia e sentimento, soprattutto grazie alla descrizione del rapporto tra padre sordomuto e figlio, uniti da un linguaggio comune che li esclude dagli altri, in cui entrambi trovano spazio per una crescita interiore che prosegue senza sosta.

E la riflessione sul linguaggio è un altro tema guida del romanzo. Il padre sordomuto tiene un quaderno, che riempie lungo la sua vita, utilizzando un alfabeto simile a quello di un’incisione trovata nel Monte Zafferano, ai confini con la Russia, e risalente all’epoca di Ciro il grande (da qui il titolo del romanzo, Scrittura cuneiforme). Il romanzo è dunque narrato dal figlio ed è il risultato della lettura/decifrazione che Ismail tenta di questo codice paterno. Non potendogli insegnare a parlare, Aga Akbar ha insegnato al figlio qualcosa di unico ed irripetibile, che travalica i confini della funzione sociale per accostare una forma di comunicazione assieme più profonda e dolorosa, quella della solitudine che – come messaggio finale che il libro mi sembra poter dare – accomuna tutti gli esuli.

sabato 17 ottobre – Ore 16 – chiesetta San Gregorio – Treviso

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12088346_1503913786568337_6097912698078694716_nVi aspetto Sabato alle ore 16 per una chiacchierata col poeta Nguyen Chi Trung.

Presenterò con Alessandro Canzian il libro “Venti”, edito da Samuele Editore e potremo ascoltare l’autore leggere i suoi versi nella lingua originale. Un’esperienza di rara musicalità ed intensità.

Del principio di contraddittorio.

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Ora accade che una giovanetta dalla sintassi e dall’articolazione un po’ difficili esprima una sua opinione come risposta ad una domanda specifica; molte persone, normalissime, ascoltano e probabilmente continuano a badare alle loro cose, pensieri, progetti; altre probabilmente percepiscono una certa quale “cagaticità” in queste parole e al limite scuotono il capo, come si fa anche con conoscenti, parenti, amici… voglio dire, mica ci vediamo e parliamo con Kennedy o con Marie Curie tutte le sere, no?

Però ce ne sono altri che non resistono, sono colti dall’ebbrezza dello scandalo e anziché scuotere il capo, senza guardare e passare, ma con la voglia di ragionar di ella decidono di scendere nell’agone mediatico (nel quale e grazie al quale trovano posto sia le lezioni di Zichici che le prediche di un prete che le cagate di Laqualunque, si capisce; se no, che facciamo, l’ufficio dei sette savi per vagliare e decidere chi può parlare?). Ecco che,come fossimo al concorso del telecantoetelesuono, chi tira fuori uno stralcio di Nievo, chi le foto di tutte le partigiane (che, per definizione, stavano tra i buoni), chi incolpa Renzi e la buonascuola perché comunque cos’è? Renzi non ce lo vuoi mettere?

Bon. Poi accade che un pubblico ministero nel suo bugigattolo fatto di codicilli, una sera, magari piovosa, magari senza poter guardare in tv Zichichi, o il prete, o Laqualunque perché col temporale è saltata la corrente, al lume di candela incappa nell’articolo 414 del codice penale e legge che se uno esprimendo la propria opinione invita qualcun altro a commettere reato (o delitto) va punito e d’un lampo, al tremolare della fiamma della candela, si rende conto che il qualcuno che è pagato da tutti per quanto meno far decidere al giudice (sempre pagato da tutti) se questo articolo si adatta a quanto ha detto mitici_colpo_gobbo_a_milano_claudio_amendola_carlo_vanzina_006_jpg_wzfzpubblicamente uno che ha un certo peso perché di mestiere fa lo scrittore e ha anche un certo successo e si è esposto su un tema molto sentito riguardo al quale c’è una numerosa schiera di oppositori (facilmente suggestionabili, alcuni) è proprio lui e quindi agisce nel pieno delle sue facoltà e competenze… e pare che l’indignazione debba esserci e debba essere scontata…

E che facciamo allora, a volte la forma a volte il contenuto, come tira il vento della facile polemica? Dell’indignazione da muro della stazione? Delle urla dalla caduca Barbara D’urso?

Io penso invece a quante volte dico stupidaggini senza che ci sia Amendola a farmi domande. Compresa questa volta, sotto un certo rispetto, in un certo tempo.

Il cretino maschilista

Vi condivido un bel post di Galatea. Uno dei tanti, in effetti. Buona lettura!

Il nuovo mondo di Galatea

Il cretino maschilista in generale può essere difficile da individuare, perché si avvantaggia di un pregiudizio. Tutti pensano che il suo problema sia essere maschilista, invece il punto dolens è che è un cretino.

Il maschilista duro e puro non è certo un genio, ma almeno ha il sano pregio di essere dichiarato e consapevole. E’ un tizio onestamente convinto dei suoi pregiudizi, che si condensano in ragionamenti arcaici tipo:”Donne a casa o la civiltà verrà distrutta!”. Per lui il maschilismo è quello che per Salvini è la ruspa. E di fatto spesso vota anche Salvini, ma vabbe’. Cercare di argomentare logicamente con un maschilista duro e puro è inutile, è come cercare di spiegare il teorema di Pitagora ad una tavola da stiro. Però almeno lo riconosci subito e alè.

Il cretino maschilista, invece, apparentemente è una persona compita ed educata. Con le donne, anzi, è educatissimo, al limite…

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